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Spesso
vago,
delirando,
in
cerca di una dispersa favola,
ma
poi l’orrore,
e
tremano i miei denti.
Campi
di grano finti
e
luminosi sentieri,
delle
foglie i fruscii,
acque
che sgorgano da ruscelli dipinti,
s’impossessano
del mio mondo.
Alcune
volte sogno davvero,
sogni
senza tempo,
disperati,
fannulloni,
e
si confondono i cieli,
immensi
spazi, di diversi mondi,
e
non oso alzare lo sguardo,
perché
vedo sempre ali senza corpi d’uccello.
Si
avvicinano automi che marciano suonando
cornamuse
e fanfare,
vedo
orrende scene,
disperate
creature,
inciampo
su gente magra,
su
stomaci etiopi
che
dimagriscono non lontano da me.
Sogno
una donna che si “cosparge” di profumo francese,
indossando
diamanti,
grassa
e volgare,
donna
che calpesta serpenti viscidi
e
urlanti.
Mi
sveglio e
mi
soffoca l’alba,
orrendo
persino del gallo il canto.
Sono
Pierrot,
ecco
perché piango.
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I
nostri giorni migliori li abbiamo trascorsi tra continue dormite, giocando
a nascondino
nei
cortili, andando a pesca
con
canne usate.
Sognando,
con la musica
dei
Pink Floyd,
volevamo
abbattere il muro.
Non
è vero ragazza triste?
E
le nostre ginocchia
sbucciate
dalle cadute
sul
cemento,
che
per noi era come un verde prato,
le
ricordi.
D’estate
viaggiavamo con la mente
verso
deserte spiagge,
con
secchiello e paletta,
a
costruire castelli di sabbia.
E
tu eri la Regina,
io
il tuo timido Re.
Non
ricordi nulla vero?
Sei
cambiata, sei scomparsa
dietro
una siringa usata,
e
non vedi, non vivi.
Respiri
appena,
e
con te il tuo sguardo,
maledettamente
spento.
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Le
scritte sui muri lasciano il segno.
Sassi
e
salite,
alberi
e bellissimi
fili
d’erba incontrai
da
bambino.
Accadde
tutto nei miei sogni
infantili,
nelle
fredde notti tedesche.
Sui
muri di periferia
Graffiti
e scritti:
“
Gli stranieri fuori!”
Non
era poesia,
e
io da piccolo non capivo,
indifferente
a quel comando, crebbi.
Ma
lo straniero ero io!
Dava,
forse, fastidio la mia presenza.
La
mia assenza, in fondo, bene accettata.
Quelle
scritte ci sono ancora,
sui
muri delle nostre coscienze emigrate.
Sull’anima
di mio padre.
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Spesso
domando a me stesso
chi
siamo o cosa siamo diventati,
del
bel paese che eravamo,
fatto
di colline, montagne innevate,
e
di vini antichi,
nati
da viti disperse
di
fianco a brulli sentieri,
ora
quasi nulla.
Questo
niente diverso,
crudo,
atroce qualunquismo,
figlio
di coscienze stordite,
illumina
le nostre vie,
i
nostri animi gaudenti.
Ma
c’è ancora…il mare,
che
non è cambiato, sempre verde azzurro,
dai
gabbiani sorvolato,
è
lì, ci guarda, osserva proprio noi,
con
stralunata aria, quasi umano,
ci
commisera, in silenzio.
Solo
l’andirivieni di spumeggianti onde,
lo
fa parlare…e uno stanco pescatore,
che
ammira conchiglie, in attesa di una sera,
diversa
e fiera, gli parla.
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