La Fabbrica
autore: Ettorus
Augusto Freddi lavorava in quella fabbrica da ormai venti anni. Era prossimo alla pensione ed era da tempo il più vecchio degli operai. Suo padre era emigrato dal sud del paese ed aveva cominciato prima di lui a lavorare in quella fabbrica cinquant’anni prima. Si sarebbe affermato che la fabbrica fosse la sua famiglia. Vi aveva cominciato a lavorare giovanissimo appena finite le scuole. L’avevano affiancato, come spesso succede, al più anziano, suo padre il quale, nelle ore di pausa, gli aveva presentato i suoi amici che poi erano diventati quelli di Augusto.
Sempre in fabbrica aveva conosciuto sua moglie Erina. Lavorava ad un reparto adiacente al suo e un giorno, durante la pausa pranzo, lei venne a sedersi affianco a lui. I due mangiarono insieme senza dirsi una parola e così fecero per altri tre mesi. Poi alla fine si sposarono. Augusto ricordava ancora bene quel giorno. Sua moglie in abito bianco, gli amici del lavoro, sua madre che piangeva per tutta la durata della cerimonia e suo padre elegante ed austero nel suo completo gessato che lo guardava con la gioia negli occhi lucidi.
Anche il giorno della nascita della sua unica figlia, Alessandra, la fabbrica fu protagonista. Sua moglie si era ostinata a voler continuare a lavorare perché, diceva, che i soldi non sarebbero bastati mai una volta nata la bimba e così quando si ruppero le acque non fecero in tempo a trasportarla all’ospedale. La bimba nacque fra la macchina degli imballaggi e quella selezionatrice. La fabbrica aveva segnato i momenti più belli e importanti della sua vita, i dipendenti erano come fratelli. L’unico con cui Augusto non era riuscito a stabilire un rapporto era il suo direttore.
Era questo un uomo schivo che aveva ereditato il lavoro dal padre. Veniva la mattina con la sua lucidissima auto straniera e si richiudeva nel suo ufficio dal quale usciva solamente la sera per tornare a casa. Era un uomo minuto, calvo e silenzioso con l’aria sempre preoccupata. Augusto ricordava di averlo incontrato una volta soltanto in uno di quei suoi rari giri di controllo dei dipendenti. Rammentava ancora i suoi occhi spenti e circondati da rughe.
Da qualche mese Augusto era diventato capo reparto con somma gioia della moglie che aveva la possibilità di spendere qualche soldo in più. Un giorno gli venne portato un nuovo assunto. Era un ragazzo alto, con dei folti capelli ricci scuri ed un pizzetto che ornava il mento. Aveva una bella corporatura, doveva aver praticato molti sport, sembrava, a giudicarlo dal modo di vestire, molto povero. Si chiamava Francesco ed aveva ventitré anni.
Augusto lo accompagnò al suo posto di lavoro e durante l’ora di pranzo gli presentò gli altri dipendenti suoi amici come suo padre aveva fatto con lui. Passarono così i mesi e Augusto e Francesco cominciarono a stringere una certa amicizia. Francesco gli aveva raccontato di essere un ragazzo solo che era emigrato, come la famiglia di Augusto, dal sud anche se stranamente non tradiva nessun accento particolare. In casa erano molto poveri e lui aveva scelto di emigrare per aiutare i suoi. Era un ragazzo molto bello e ispirava fin dal primo momento una profonda simpatia. In pochi mesi era diventato l’amico di tutti, era sempre disponibile e se qualcuno gli chiedeva una mano non si tirava mai indietro. Si era molto affezionato ad Augusto e quest’ultimo lo era molto a lui poiché gli sembrava il figlio che non aveva mai avuto.
Un giorno Francesco invitò Augusto a vedere una partita di calcio della loro squadra preferita. Aveva avuto da un amico due posti gratuiti per la tribuna d’onore dello stadio. I due andarono insieme. Durante la partita Augusto parlò a Francesco della fabbrica, di quello che secondo lui non andava, degli errori del loro poco umano direttore. Il ragazzo lo ascoltava in silenzio come era solito fare, annuendo ogni tanto ad alcune affermazioni di Augusto. Alla fine della partita Augusto invitò Francesco a casa sua per cena. Il giovane all’inizio rifiutò ma poi, pressato dalle insistenze del suo anziano amico, accettò. Sua moglie preparò una squisita cena e i due colleghi e amici passarono la serata raccontando al resto della famiglia gli ultimi episodi divertenti che erano successi in fabbrica. Fra una risata e l’altra non sfuggirono ad Augusto gli sguardi maliziosi che si scambiavano Francesco e Alessandra, la figlia.
Così il ragazzo tornò a cena a casa sua numerose altre volte e nel dopo cena era sempre più solito appartarsi con la figlia nella camera di questa. Augusto li lasciava fare contento di quella situazione.
Un giorno Francesco non venne al lavoro. Quella mattina c’era molta agitazione in fabbrica perché era morto il vecchio direttore e si aspettava da un momento all’altro di conoscere il suo successore. Giunti vicino all’ora di pranzo il vice direttore chiamò tutti gli operai e i caposezione in riunione sul piazzale principale.
Il discorso fu molto breve. Cominciò con un elogio al vecchio direttore che era stato, a suo modesto parere, molto umano e comprensivo verso i suoi dipendenti, poi continuò col raccontare una serie di episodi che lo avevano visto coinvolto insieme al vecchio capo ed alla fine giunse il proclamo della nomina come nuovo direttore del figlio di quello deceduto. Spese così altri cinque minuti a elogiare questo ragazzo così giovane che aveva avuto il coraggio e la voglia di caricarsi di questo onere ed infine congedò i lavoratori.
Così il signor Augusto tornò al suo reparto. Era lì che stava discutendo con un nuovo assunto quando venne fatto chiamare a colloquio con il nuovo direttore.Salendo le scale che portavano all’ufficio di questo venne preso dall’ansia. Era stato sempre un ottimo operaio, irreprensibile nella condotta e negli orari. Non aveva mai chiesto mai nulla e non capiva il perché di questa chiamata. Forse era stato ritenuto responsabile di qualche ritardo nella produzione o forse aveva assunto qualcuno che non si era dimostrato all’altezza. Molte volte i nuovi direttori licenziavano i vecchi dipendenti perché desideravano rinverdire il personale dare e nuovi stimoli a quelli giovani e Augusto era il più vecchio di tutti. Era spaventato a quell’idea.Se solo Francesco fosse stato accanto a lui … era strano ma quel ragazzo era diventato qualcosa di più che un semplice amico.Arrivato davanti alla porta del direttore il cuore prese a martellargli nel petto. Il respiro, forse per le scale o forse per il timore, cominciò a farsi affannoso e pesante. Afferrò con presa decisa la maniglia della porta come per esorcizzare quella paura e la girò. Entrò quindi nell’ufficio.
Il direttore era seduto di spalle sulla sua poltrona di pelle che guardava verso la finestra. Augusto dalla soglia poteva vedere solamente lo schienale. Si schiarì la voce e cominciò a parlare:
<< E’ permesso … sono Augusto Freddi, ho saputo che mi aveva mandato a chiamare …>>.
Non fece in tempo a finire la frase. Il nuovo direttore si era voltato ed era Francesco che con un gran sorriso accoglieva Augusto nel suo ufficio.
Fine
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