Il fiore d'acciaio
autore: AlexReNero
Lo aveva visto da lontano e da qualche minuto ormai lo stava seguendo con lo sguardo, non riusciva togliergli gli occhi di dosso. Avanzava continuando a fissarlo, distogliendo la sua attenzione da lui solo per rivolgere lo sguardo e salutare a sua volta quanti, passandogli vicino, chinavano il capo in segno di ossequioso rispetto nei suoi confronti. Sapeva di essere ineccepibile come lo era sempre stato, aveva la barba perfettamente rasata e le scarpe di cuoio nero lucidate e dall’alto della sua statura camminava con posa quasi altezzosa. Man mano che gli si avvicinava il respiro si faceva sempre più pesante e a causa dell’eccitazione iniziò a sentir caldo. Si sedette su una panchina all’ombra di un albero che, filtrando i raggi del sole, lo proteggeva dal tepore primaverile. Si sbottonò con cura l’ultimo bottone della camicia per dare un po’ d’aria al suo non più giovane corpo, non che fosse vecchio, certo, ma gli anni erano passati anche per lui ormai, e togliendosi il capello, che poggiò con cura sulle ginocchia, tenendolo sempre tra le mani, continuò ad osservarlo con tutta calma attraverso le sue grandi lenti scure.
Non se lo ricordava nemmeno più perché quel giorno, uscito dal lavoro, non si era recato a casa, come sempre aveva fatto in venticinque anni, e si era invece diretto in quel piccolo parco fuori mano che aveva visto un giorno passandoci per caso. A dire il vero lui lo sapeva bene, ma voleva far finta di niente, voleva non pensarci, voleva che quegli strani pensieri si riducessero ad un bisbiglio, ad un sussurro talmente inafferrabile da non poter essere percepito dalla propria coscienza. In quel preciso momento il suo unico desiderio era di scrutarlo e mentre egli si divertiva a cadere giù dallo scivolo con quella gioia infantile che gli era propria, lui notò che poco distante c’era un piccolo chiosco, che in quell’ora così calda era divenuto meta dei suoi coetanei e dei loro genitori, intenti, con una bibita fresca, a rendere più piacevole la loro permanenza in quel posto a loro giudizio così insignificante e noioso, ma che pur sempre rimaneva ideale per poter passare una giornata tranquilla insieme ai propri figli.
Tra quella gente così ben vestita e dall’aspetto alto borghese dovevano esserci anche i suoi genitori, pensò, visto che nessun adulto gli era vicino e che alla sua età non poteva esserci certo arrivato da solo fin li. Nel mentre che faceva queste considerazioni una donna gli si avvicinò, chiedendogli un’informazione, ed egli si alzò, sorridendole in maniera gentile, dandole tutte le spiegazioni del caso, mentre con la coda dell’occhio non perdeva mai di vista “l’oggetto” del suo strano interesse. Accontentato che ebbe la donna, si risedette nella stessa identica posizione di prima, quasi come a voler riprendere dal punto in cui aveva lasciato ciò che aveva dovuto interrompere, quasi come a non voler dare nell’occhio. Ciò che voleva era impossibile, lo sapeva, mancavano l’occasione ed il pretesto, oltre che il luogo, ma ciò, al posto di scoraggiarlo, lo portò a spremersi le meningi ancora di più, lo portò a cercare delle soluzioni con ancora maggior vigore, e di idee gliene vennero tante, ma, di contro, la sua esperienza lo indusse a ragionare, e scandagliando ogni idea, fase per fase, iniziò a scartarne alcune e a tenerne buone altre che assemblò con minuzia di particolari nella sua mente in una specie di mosaico, il cui disegno dovesse alla fine risultare orrendo e spaventoso nella sua macchinosa e spietata precisione. Tutto quel pensare si manifestava al suo esterno con dei lenti e vigorosi movimenti delle dita sul cappello, quasi come se egli, vedendolo arricciato, stesse cercando di stenderne il tessuto, mentre dentro di se, a quel freddo lavoro di assembramento si andavano a sommare altri pensieri, che senza mischiarsi ne’ confondersi con i primi, iniziarono a coesistere con questi; per una semplice associazione mentale tra quello che cercava in quel parco e quello che invece ormai da tempo gli mancava, infatti, emerse dai suoi ricordi l’immagine di sua moglie, che affiorò dai suoi rancori quasi come una giustificazione che voleva dare a se stesso per l’atto che intendeva compiere. L’immagine di quell’avvocatessa di campagna, con le sue rughe, il suo comportamento sempre così precisino, con tutte le sue piccole manie, la cura maniacale per le apparenze e il rigore morale che ostentava con saccente quanto irritante superbia e che tante volte furono causa di un netto e marcato rifiuto al soddisfacimento delle sue naturali voglie, indussero i suoi occhi ad assumere uno sguardo torvo colmo di ira e ad incurvare le labbra in un’espressione di disgusto.
Si, lo stesso disgusto che provava all’inizio quando vedeva o sentiva di criminali che avevano ucciso un’anziana signora per rubarle la sua misera pensione, di immigrati che avevano lasciato il loro paese per sopravvivere in un altro obbligando con la forza giovani donne e disincantate ragazze a prostituirsi, strozzini che distruggevano intere famiglie dopo aver profittato delle loro disgrazie, pazzoidi con i capelli tagliati a forma di svastica che aggredivano e facevano bruciare vivi poveri barboni, condannati perché il destino aveva deciso di negar loro la possibilità di vivere una vita “normale”, impiegati di banca stimati per la loro serietà e professionalità che tornavano a casa e frustavano a sangue la propria moglie per puro ed eccentrico sadismo e chi sa quanto altro ancora gli era toccato affrontare, lui, che nelle carceri ci aveva passato una vita, di criminali ne aveva conosciuti tanti, in maniera diretta o non, e di tutti aveva ascoltato la storia e le imprese. Di cose la vita gliene aveva fatte vedere e sentir tante, f orse troppe perché la ripugnanza che dapprima attanagliava il suo stomaco, generando in lui quel senso di nausea che talvolta trovava sbocco nel vomito, non si traducesse pian piano in uno stato di assuefazione e di gelido distacco. Era da un po’ infatti che quando sentiva di quegli episodi sembrava non farci più nemmeno caso, erano diventati per lui nient’altro che ordinaria amministrazione, uno spruzzo di quotidiana follia in una vita monotonamente piatta.
D'altronde non poteva farci nulla se il suo corpo non reagiva più a quegli stimoli esterni come faceva un tempo, non poteva farci nulla se, anzi, ora rispondeva in maniera diametralmente opposta, se, cioè, un fremito di eccitazione lo percorreva così come era successo due giorni prima, quando al telegiornale aveva visto, se pur di sfuggita, delle fotografie di minorenni tratte dalle pagine di un sito internet illegale.
“Che c’è di male”, aveva pensato all’inizio, “a far delle fantasie, per quanto stravaganti che esse possano essere, non possono di certo ferire o far male a nessuno, sono solo pensieri…solo pensieri…”, un ragionamento giusto, indubbiamente, così come giusto gli sembrava ora dirsi: “Una sola volta, lo farò soltanto una volta e poi mai più. Tutti sbagliano, e per una volta, poi, che vuoi che sia, non accadrà di sicuro niente. Cercherò di essere dolce con lui.”
Pochi secondi dopo, l’accorger s i della presenza di un boschetto li vicino, completò il suo mosaico, dandogli infine anche il luogo dove portare a termine il suo piano. Portarlo li non sarebbe stato difficile e, una volta li, lo sarebbe stato ancor di meno immobilizzarlo ed impedirgli di urlare.
Lo fissò ancora un po’ attraverso le foglie dei cespugli che si interponevano tra lui e la sua preda, l’emozione lo fece deglutire, si rizzò sulla panca e tirò verso i polsi i suoi guanti bianchi, come in un gesto rituale di preparazione. Si alzò lentamente, tirando le spalle in dietro, e iniziò a camminare con passo incerto, era un po’ confuso, non aveva mai fatto nulla di simile e aveva ancora venti metri per rinunciare, per ritornare a quella vita insipida ed avara di piacere. A lui non ci pensava, pensava solo a se stesso, come era giusto fare almeno una volta nella sua vita, si, almeno una volta avrebbe fatto qualcosa per se, al posto di farlo per qualcun altro e ciò gli diede forza, lo convinse a continuare, facendolo proseguire con passo deciso verso lo scivolo. Ancora dieci metri e gli sarebbe stato davanti, nessun rimorso, nessun ripensamento, la sua mente era completamente vuota, benché sapesse alla perfezione cosa fare. Eccolo, era talmente tanto vicino da poter distinguere perfino il colore dei suoi occhi, era tanto vicino che già stava prendendo fiato per iniziare a parlargli, ma una mano improvvisamente lo prese per un braccio: “Forza Dani, è ora di tornare a casa.”
La madre era sopraggiunta, e lui non l’aveva vista. Non sapeva se ritenersi sfortunato per l’occasione mancata o fortunato per il fatto ch’ella fosse intervenuta poco prima che egli cercasse di convincerlo a seguirlo e non immediatamente do p o, evitando così di essere sottoposto agli spiacevoli sospetti che la donna avrebbe senz’altro formulato vedendolo andar via con lui dopo averlo, ovviamente, rincorso e fermato. Nessuna delle due ipotesi prevalse, ed egli tirò dritto, come se nulla fosse accaduto, come se si trovasse a passar di li per caso.
Si sistemò con cura il cappello d’ordinanza e aggiustatosi ancora una volta la sua divisa da poliziotto, tornò in se, rendendosi conto che la giornata non era ancora finita e che aveva un lavoro da svolgere, un lavoro duro e pericoloso, un lavoro che non gli piaceva più da tempo e che da oggi gli piaceva ancor di meno, consapevole del fatto che d’ora in avanti avrebbe dovuto dar la caccia a quelli come lui.
Fine
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