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Idee chiare

autore: Fabrizio Cavallotti

“Sei contento di quello che fai?”
“No.”
Idee chiare, pensò con crudele divertimento. Una mano si mosse, a coprire la bocca che stentava a trattenere il riso.
Il ragazzo davanti a lui alzò la testa. “Cazzo ridi?” disse. A questo punto l’uomo scoppiò in una risata scomposta, tanto che gli vennero le lacrime agli occhi. Il ragazzo si alzò.
“Avanti, dimmelo, pezzo di merda,” urlò. “Perché ridi?”
L’uomo non smise di ridere. Con l’indice destro si stava asciugando le lacrime. “No, niente,” bofonchiò tra una risata e l’altra. “Ho solo pensato: cavolo, idee chiare ’sto qua. Troppo divertente.” Agitò una mano e continuò a ridere.
“Me ne vado, prima che ti strozzi,” disse il ragazzo, ancora in piedi davanti a lui. Si avviò verso la porta.
“Dove stai andando?” gli chiese l’uomo. Aveva smesso di ridere, così di punto in bianco.
“Che te ne frega a te?” Il ragazzo aprì la porta e l’urlo della pioggia battente invase la stanza. Un colpo di vento investì la porta, che sfuggì di mano al ragazzo e si richiuse con rabbia. Il silenzio calò come una pressa sulla stanza.
“Avanti, dimmi dove vuoi andare,” ripeté l’uomo. Si era acceso una sigaretta, e mentre parlava il fumo superstite fuggiva dalla bocca. Gli occhi azzurri erano piantati in quelli vacui del ragazzo.
“Io non ti conosco. Perché dovrei dirtelo?”
“Hai ragione.” Si alzò e andò verso di lui con la mano tesa. “Mi chiamo Andrew.”
Il ragazzo voltò la testa verso la porta. “Molto piacere,” disse, e la aprì nuovamente. Il vento era ancora più furioso di prima. Uscì.
L’uomo si mise di nuovo a ridere, mentre chiudeva la porta. “Idee chiare,” ripeté ad alta voce, e tornò a sedersi. Per lungo tempo stette in quella posizione, con la sigaretta tra le labbra e lo sguardo fisso sulla porta.
Non ce la faccio più. Merda, non ce la faccio più. Il tossicodipendente si guardava attorno, in cerca di un buco dove bucarsi. Non sentiva niente: le gocce di pioggia gli scorrevano sul volto come lacrime, ma lui non le sentiva; non sentiva le sue lacrime raccogliersi agli angoli degli occhi per poi mescolarsi alla pioggia; non sentiva le sue mani frugare affannosamente nella tasca del giubbotto lacero, alla ricerca della roba; non sentiva i suoi piedi tremare di freddo nelle scarpe bucate. La sua mente ripeteva all’infinito: Dov’è la roba? Merda, dov’è la roba?
Finalmente! La mano sfiorò un sacchetto di plastica, e i sensi si riattivarono all’istante. Alzò di nuovo gli occhi, e gli occhi erano due fanali. Non vedeva la gente che passava e che voltava la testa verso di lui, e non vedeva che attorno a lui c’era il vuoto, triste radura in una selva di ombrelli che si muoveva sul marciapiede. I due occhi spalancati puntavano un vicolo, là diritto davanti a lui, e già rifletteva sulla distanza, in modo incredibilmente lucido. Venti metri, no no, almeno cinquanta, no dai, saranno trenta, sì trenta, una buona approssimazione. Sbatté le palpebre, si passò la lingua sulle labbra, dure come spugne asciutte. Le gambe tremavano.
Iniziò a strascicarsi verso la sua meta. Trenta metri, giusto giusto, sono pochi, dai sei quasi arrivato, forza, pensava, ma alzare i piedi era uno sforzo sovrumano. Per un attimo se li guardò: Dio che lontani là sotto! Gli vennero le vertigini, tanto erano in basso. Alzò nuovamente la testa, a puntare nuovamente l’obiettivo.
Aveva fatto una decina di passi – Dio proprio oggi doveva piovere, aveva pensato mentre un piede era affondato in una pozzanghera – quando lo stomaco gli si chiuse. Si portò le mani al ventre e serrò la bocca. Il contatto tra le labbra secche lo fece rabbrividire. Sentiva il sacchetto atrofizzato che aveva in pancia agitarsi sotto le mani. Cosa voleva? Cibo? Non mangiava da due giorni, quello lo sapeva. Poteva darsi fosse quello il motivo della ribellione.
Le contrazioni erano tremende. Lo stomaco batteva più forte del cuore. Strinse le palpebre, per paura che le palle degli occhi gli cascassero nella pozzanghera. Il conato lo colse all’improvviso, ma quello che uscì fu un povero liquido semitrasparente, che andò a confondersi con il fango. La radura attorno a lui si allargò ancora di più: gli ombrelli si fermavano, a guardare quella novità. Alcuni si voltavano e scuotevano la testa. Alcuni altri si tappavano la bocca. Più dietro qualche figlio di puttana sembrava sghignazzare. Nessuno si avvicinava.
Ora era in ginocchio, a guardare la pozzanghera. Le mani erano affondate nel fango. Lo stomaco continuava a spingere ma il suo sforzo era vano, perché non c’era niente da rigettare. Lui sapeva che cosa voleva dire quello: il suo corpo si stava incazzando, per come era trattato. La sera prima – Quante ore fa? Quante ore? si chiedeva l’ultimo brandello lucido di cervello che gli rimaneva – era riuscito a tenerlo calmo per un pelo. Si era fatto un whisky, per addormentarlo un po’: giusto il tempo per correre al cesso e preparare la siringa. Per un pelo ce l’aveva fatta, Cristo. Adesso quel bastardo l’aveva preso alla sprovvista.
Perché mi fai questo, perché? gli chiedeva lo stomaco, e gli sembrava di vederlo, piccolo muscolo indolenzito e pulsante. Se lo vedeva troppo piccolo e troppo debole per resistere. In un certo senso lo compativa, e piangeva, perché nemmeno lui sapeva perché gli faceva questo, perché si faceva questo.
Finalmente i conati passarono, ma era una tregua. Poco tempo dopo sarebbero ripresi, e più furiosi di adesso. Doveva fare qualcosa, al più presto. Alzò la testa, e la testa era più pesante di un pianeta. Attraverso le lacrime riusciva ancora a vedere il suo antico obiettivo, e lo guardava come un’oasi irraggiungibile, perché non ce la faceva. Quello che doveva fare, doveva farlo adesso.
Si lasciò cadere, quindi si voltò su un lato. Prese a frugare le tasche della giacca come un randagio che, attirato da un odore invitante, raspa nella spazzatura. Dopo tre infiniti secondi riuscì ad abbrancare la bustina e la siringa. Mancava… cosa cazzo mancava? L’accendino. E poi… cosa mancava, Dio santo?… Giusto! Il cucchiaino. Senza il cucchiaino non si faceva niente.
Con i denti strappò la bustina, e si legò al braccio la stringa che da tanto, troppo tempo usava come laccio emostatico. Mentre lo faceva si accorse che attorno a lui il vuoto era assoluto. Se n’erano andati tutti. Bravi bravi, lasciatemi stare, pensò, e versò la polverina bianca sul cucchiaino. Nel frattempo senza accorgersi si era messo a sedere. Il pensiero della droga lo rendeva dieci volte più efficiente. Con la destra prese l’accendino, e cominciò l’operazione di scioglimento della coca. Operazione assai ardua, perché le mani tremavano, ed era complicato mirare con la fiamma il cucchiaino. Infinite volte si bruciò le dita, ma non se ne accorse. Era una scena piuttosto divertente, se si pensa che i suoi genitori lo vedevano in una sala operatoria, nel camice da chirurgo. Ebbe modo di pensarci, qualche minuto dopo, o meglio, la sua mente ne ebbe modo, libera di viaggiare nel mondo del sogno e del ricordo. Il suo padrone infatti era in sala operatoria, e il camice da chirurgo lo indossava un altro. Un signore con gli occhi azzurri, che stava tentando di salvargli la vita.
“…ripreso.”
“Ce l’ha dura però.”
“Vero. Dobbiamo subito reidratarlo, altrimenti…”
…lo perdiamo di nuovo.
Infilategli quella maledetta flebo. Cristo, che livido 
Bello, eh?
Forza, ragazzi, più…
“…veloci!”
Aveva gli occhi chiusi, di questo era sicuro, ma riusciva a vedere lo stesso. Vedeva una parete bianca. Vedeva che la parete non era del tutto ferma: ogni tanto aveva una specie di sussulto, come se…
Ha preso un buco. Imbecille, che hai bevuto prima di guidare?
“Si è svegliato!” disse una voce alla sua destra. Voltò la testa da quella parte, e vide una testa calva. Sotto la testa stavano due occhi grigi dietro a due spesse lenti. Gli occhi guardavano dritti quelli di un’altra persona, che stava alla sua sinistra.
La persona a sinistra parlò, ma non rivolto al Calvo. Era a lui che stava parlando. “Ciao, mister Idee Chiare,” disse guardandolo in faccia. Due occhi azzurri lo fissavano. A lui sembrò che quegli occhi lo rimproverassero, e che nello stesso tempo lo compatissero.
Cazzo ridi?
Dove stai andando?
Io non ti conosco.
Hai ragione. Sono Andrew.
“Andrew,” disse più che altro a se stesso. Chiuse gli occhi, per trattenere le poche lacrime che il suo corpo riusciva ancora a spremere. “Cosa stai facendo?”
“Tu che cosa ti sei fatto?” disse Andrew, e il suo tono era dolce e duro allo stesso tempo. Alzò la testa quel poco che riusciva, per ammirare il braccio percorso da vari tubicini e il fantastico bollo nero che spiccava come una macchia d’inchiostro.
“Scusami,” disse. Non sapeva che altro dire.
“Scusa? Di cosa? Io devo chiedere scusa a te. Sono stato un idiota, prima. Però…”
“Però cosa?”
“Lascia stare,” fece agitando una mano. “Ne parliamo quando ti sarai ripreso.”
Il ragazzo aprì gli occhi. “Mi riprenderò?” chiese, come un bambino chiede alla mamma se lo lascia stare su fino a tardi.
“Ne dubiti forse? Adesso dormi.” La dolcezza negli occhi di Andrew aveva ora sconfitto la durezza.
Ma dopo, cosa farò?
“Dormi,” ripeté Andrew, posandogli una mano sulla spalla. Gli aveva forse letto nel pensiero? O senza accorgersi aveva parlato ad alta voce? Non aveva ancora finito di formulare queste due domande che si era già assopito.
“Buongiorno, mister Idee Chiare,” disse Andrew entrando nella stanza.
Il ragazzo, che era ora su un letto reclinabile, non rispose. Seguì con gli occhi Andrew che si avvicinava al suo letto e controllava le flebo che ancora pendevano da due aste. Dopo averle esaminate velocemente guardò il ragazzo. “Che hai, sei senza lingua?”
“Perché cavolo mi chiami così?”
“Primo, perché non so come chiamarti. Come ti chiami?”
Il ragazzo sembrò pensarci su un attimo, come per un difficile esercizio di memoria. “Brad,” rispose infine.
“Bene, Brad. Finalmente, direi quasi.”
“Finalmente cosa?”
Andrew prese una sedia e si sedette accanto a lui. “Finalmente posso chiamarti con il tuo vero nome. Ho notato con piacere che ti ricordavi il mio, di nome, nonostante il nostro non sia stato un incontro molto felice.”
“Mi hai fatto incazzare,” disse Brad deciso.
“Lo so, e ti chiedo scusa. Non ci si comporta così con… con la gente in difficoltà. Anzi, ti chiedo due volte scusa, perché quello che è successo dopo è dovuto anche a me. Credevo che tu avessi capito.”
L’umore di Brad si era scurito di un colpo. Ancora una volta aveva la sensazione che Andrew lo stesse prendendo in giro. “Che vuoi dire? Avanti, Cristo! Vuoi dirmi veramente quello che vuoi dirmi?”
Andrew sorrise. “È il mio difetto. Cerco sempre di essere conciliante con il mio interlocutore, ma poi alla fine sparo tutto in faccia ed è un casino. Mi capisci?”
“Avanti, allora. Che vuoi dirmi?”
“Guarda, è difficile parlarne, specialmente con te. Ho visto tanti drogati passare in questo ospedale, e parecchi non sono arrivati vivi. Li guardavo per un attimo, e sembravano dei mostri. Dovevi vederti in che stato eri, Brad.”
Brad rimase immobile. Era attento.
“Comunque, li guardavo, e li compativo. E poi, mi informavo sulle loro famiglie, ed ogni volta era uno shock: figli di ingegneri, proprietari di centomila case, studenti universitari…” e qui Brad ebbe un sussulto. “Che c’è?”
“Io studiavo,” disse. “Chirurgia.” Aveva la testa bassa. “Ero al quarto anno.”
Andrew stette zitto per un po’ e poi riprese. “Dicevo… vedevo tutta questa bella gente, e mi chiedevo perché diavolo iniziava a spararsi tutta quella merda addosso. E adesso lo chiedo a te: perché?”
“Perché! Perché!” sbraitò Brad. I suoi occhi ora brillavano, come non lo facevano da millenni. “Che cazzo di domanda è? Non c’è un perché! Si inizia, stop! Fine! Lasciami andare via!”
“Neanche per sogno,” disse Andrew con calma. “E stai calmo. Ti ho fatto una semplice domanda, e se veramente, come dici tu, non c’è un perché, scusami ma sei un perfetto idiota.”
Brad era costernato. Non aveva mai sentito parlare nessuno in quei termini, e con quella schiettezza.
Andrew proseguì. “E tu lo sai. Il tuo silenzio lo dimostra. Stai pensando: Dio che fortuna ho avuto, e stai anche pensando che la prossima volta non ti andrà così bene. Ho ragione?”
“No!” fece Brad, questa volta più controllato, ma molto deciso. “No, non hai ragione. Sono tutti idioti, per te? Tutti quelli che si fanno, sono tutti degli imbecilli, secondo te? Tu non hai mai provato, vero? Nemmeno una canna. Una piccola, stupida canna a scuola. Eppure è così che si inizia. Io ho iniziato così. E poi… chi vivrà vedrà. Ogni tanto ci penso, è vero. Dio che stronzata che faccio, lo penso, ogni tanto. Ma non sono un idiota. Non ho mai creduto di esserlo.”
Andrew lo guardava con occhi da psicologo, e lentamente rispose: “Allora perché sei qui? Dimmelo. Perché non hai una laurea appesa in ufficio, e uno stipendio da diecimila dollari al mese? Dimmelo.”
“Ti conveniva lasciarmi dov’ero,” disse Brad senza guardarlo. “Per dirmi ’ste idiozie che mi diceva mio padre quando avevo quindici anni… ti conveniva lasciarmi crepare.”
“Io non lascio mai crepare nessuno,” disse secco Andrew. “Altrimenti è meglio che cambi mestiere.”
Brad sospirò. “Siamo alla filosofia, ora: il coraggioso dottore che rischia il posto per salvare un tossico! Ma che bello! So chi sei tu: sei uno di quei moralisti di merda che predicano in lungo e in largo che la gente e stupida, che il più furbo sei tu, e altre cazzate del genere. Il mondo è un altro, bello. Non te ne sei mai accorto?”
“Come ti senti ora?” chiese Andrew, facendo finta di niente.
“Di merda mi sento, Cristo! Ho un mal di testa terribile, sento lo stomaco che inizia a fare casino, ho la gola secca. Non ce la faccio più. Dovevi lasciarmi dov’ero.”
"Sei veramente un idiota. Lo stomaco brontola perché hai bisogno di mangiare.”
“Non ho fame! Sono drogato, capisci? Di-erre-o-gi-a-ti-o. E i drogati di cosa hanno bisogno? Della droga. Mi comprendi?” Brad aveva gli occhi fuori dalle orbite. Sembrava un invasato.
Andrew non disse niente. Teneva le mani incrociate davanti al volto. Sembrava pensieroso, o in attesa.
Improvvisamente Brad si mise a piangere. Singhiozzava come un bimbo spaventato per scherzo dal nonno. Andrew continuava a stare immobile. “Drogato,” sussurrò. “Quando ero piccolo, quando vedevo uno con la faccia brutta, dicevo: ‘Va’, sembra un drogato.’ E adesso lo sono anch’io. Dio santo.” Stringeva convulsamente i pugni, come per tentare, inutilmente, di trattenere la sabbia fine del deserto.
“Ti ripeto: perché sei qui?”
“Perché sono un idiota,” rispose piangendo, “Credevo di avere le idee chiare, ma di fottutissima idea non ne ho nemmeno una. Penso solo alla prossima pera.”
“Non sei un idiota,” disse Andrew alzandosi. “Non lo sei davvero.”
Brad lo guardò come avrebbe guardato un invasato, e Andrew lo prese per una spalla. “Allora, ti va di mangiare qualcosa?”
“Ci provo,” disse Brad. Aveva smesso di piangere.
“Finalmente! Iniziavo a perdere le speranze. Hai visto? Basta parlare un po’, e tutto – quasi tutto – si risolve. Idioti sono quelli che pensano il contrario. Avevi ragione te, sai, riguardo ai moralisti che predicano? Avevi proprio ragione:”
Brad sorrise. Era un sorriso triste, ma in qualche modo bisognava incominciare. Dopo una settimana di flebo, Brad quel giorno riprese a mangiare, e il suo stomaco smise di brontolare. Per una volta, il suo stomaco ringraziò di cuore.
Finito di mangiare, Brad espresse il suo desiderio di seguire il programma di riabilitazione. Andrew gli posò una mano sulla spalla e disse: “Tranquillo: lo stai già seguendo.”
Brad gli sorrise nuovamente. Dopo tanto tempo aveva cominciato qualcosa. Che bella sensazione.

Fine

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