Il Passaggio
autore: Adriano Bernard
1
Non posso certo negare di aver scelto io di salire sulla macchina. Ma allora avevo solo ventuno anni, ero giovane e la vita per me era come una. Quando sono uscito dalla macchina la pensavo molto diversamente ma è anche vero che, per capire che la vita non è un gioco rimediai un profondo taglio nella guancia sinistra di cui ancora oggi, a novantatrè anni, ho la cicatrice. Questa storia non l’ho mai raccontata a nessuno, né ho mai pensato di farlo; ma dopo tutti questi anni di notti insonni, popolate dagli incubi peggiori ho deciso di liberarmene. Ho pensato che magari, raccontandola a qualcuno che non fosse la polizia, mi sarei sentito meglio. E così ho deciso di raccontarla a voi, di cui mi fido pienamente e sono sicuro che mi ascolterete molto attentamente…
2
Erano le dieci di sera del quindici Gennaio 1993 e facevano più o meno due gradi sotto lo zero. Io camminavo sul ciglio della strada, con il mio zaino della Seven sulle spalle. La strada era una di quelle stradine di montagna tutta curve, ed era circondata da grandi boschi di conifere, per lo più abeti rossi. Stavo ripensando alla movimentata giornata che avevo avuto e che purtroppo non era finita. Verso le cinque del pomeriggio la mia vicina, la signora Robberts, mi aveva telefonato mentre ero nella mia piccola casa di campagna, dichiarando che mio padre stava molto male e che io dovevo raggiungerlo immediatamente.
Dato che non avevo la macchina, ero stato costretto a prendere due treni, e a fare ben tre volte l’ auto-stop. Quando vidi due fari spuntare da dietro una curva, alzai subito il pollice a indicare la direzione in cui dovevo andare: era da più di due ore che non passava una macchina, e io stavo letteralmente morendo di freddo. Quando il conducente mi vide rallentò e infine si fermò, e io potei ammirare la vettura che guidava: era una Tucker nera del ’57. Rimasi sbalordito: era una din qelle vecchie macchine che si ammirano solon sulle vecchie riviste d'epoca, e non ne avevo mai vista una dal vero. Il finestrino del guidatore si abbassò, rivelando il viso scarno di un ragazzo magro dalla pelle quasi anemica, capelli neri mossi, occhi dello stesso colore incorniciati da un paio di occhiali dalla montatura quadrata nera e dalle lenti spesse. Sembrava aver passato un gran brutto guaio o una notte insonne.
<< Sali! >> mi ordinò con voce roca.
Stupito dal modo freddo e scortese in cui si era espresso ad un perfetto sconosciuto, girai intorno alla vettura splendente, raggiunsi lo sportello dell’accompagnatore ed entrai. Sinceramente mi aspettavo un luogo caldo e confortevole, e invece faceva un freddo cane anche nella Tucker Talisman nera come quella notte. Appena mi misi la cintura, la macchina ripartì con un rombo del motore.
Per una decina di minuti non parlammo. Lui, ogni tanto, mi lanciava occhiate fugaci, facendo smorfie di profondo disgusto e distogliendo lo sguardo dalla strada. Inoltre la velocità aveva superato di parecchio i 260 chilometri orari, cosa che avevo visto soltanto nelle gare di macchina: io, cercando di far finta di niente, continuavo a guardare gli alberi susseguirsi fuori dal finestrino, con una sensazione di profondo orrore.
Qualcosa non andava, me ne rendevo conto.
Una voce dentro di me, in qualche angolo remoto della mia mente mi disse di scappare chiedere una cosa qualsiasi al pazzo ragazzo, ma io la ignorai.
<< Vai in città?>> fu lui a parlare, rompendo quel silenzio inbarazzante e fertile alle mie fantasie.
<<Sì>> annuii.
<<Che vai cercando di bello in città?>>.
Il suo sguardo era concentrato sulla strada, fissandola in modo quasi maniacale.
<< Lavoro.>> mentii.
<<Buon per te allora.>>commentò il ragazzo con espressione seria. <<Lavoro da
svolgere, bella storia. Anch’ io vado a New York, per finire il mio di lavoro.
Come ti chiami?>>.
<<Dennis>> inventai. <<Dennis…Cowen>>.
<<Piacere di conoscerti, Dennis. Io sono Kendred Reesbley.>>.
Mi si gelò il sangue nelle vene.
3
Times 15 Gennaio 1993 pagina 3
“QUINDICENNE UCCIDE BRUTALMENTE I GENITORI INVESTENDOLI APPOSITAMENTE CON LA PROPRIA AUTOMOBILE”.
La mattina del 14
Gennaio alle ore dieci in punto, nella famiglia Reesbley si svolge un violento
litigio attorno al tavolo della prima colazione. L’unico figlio dei signori
Reesbley, Kendred Reesbley, quindici anni, si prende una sgridata dai genitori,
per l’uso troppo possessivo che ha nei confronti della propria automobile, a cui
ha anche dato un nome, Barbara, e che il giovane definisce una ragazza. Dopo
questa dura strigliata, il ventenne esce dalla porta della cucina, indignato,
pronto alla fuga sulla sua ‘amata’ Barbara. I genitori, che non sono neanche i
genitori naturali del ragazzo, sono decisi più che mai a non permettergli di
uscire e lo seguono cercando di ostacolarlo. Se lo avessero lasciato andare,
sarebbero ancora in vita. Il ragazzo investe i genitori alla guida della propria
adorata tucker talisman nera, e passa più volte sui loro cadaveri straziati. Poi
scappa.
La polizia statale lo sta attualmente cercando. Sua sorella, che non era nel
momento dell’ omicidio in casa è, al momento, sotto stretta sorveglianza.
Fonte di queste informazioni è Joanna Thallosmore, la cameriera dei Reesbley.
A cura di Victor McCurdy
Questo era quanto avevo letto quella mattina sul Times. Me lo ricordavo molto bene, chissà perché mi era rimasto impresso nella testa. Dunque ero sulla macchina di un adolescente matto che aveva ucciso i genitori.
Complimenti Brian, pensai. Bel colpo amico.
Improvvisamente capii a cosa alludeva quel pazzo con “ Vado a Boston a finire il mio lavoro”.
Intendeva dire che andava a Boston per finire la strage che aveva cominciato e per farlo avrebbe dovuto eliminare l’ultima persona che intralciasse la strada tra lui e Barbara: sua sorella!
Una strana
sensazione si impadronì di me: non dovevo assolutamente far capire al ragazzo
che mi ero accorto che c’era qualcosa che non andava. Era la mia sola
possibilità; la mia
ultima speranza.
4
<<Bella macchina vero, Brian?>>esclamò all’improvviso Kendred Reesbley, risvegliandomi dai miei tetri pensieri.
<<Emmh… Il mio nome è Dennis>> gli ricordai .
Ma come diavolo faceva a sapere il mio nome?!
I suoi occhi si socchiusero, fino a diventare due fessure.
<<Non sono deficiente>> replicò.
Mi zittii subito.
<<E ora dimmi…parlami un po’ di te! Sei figlio unico ?>>.
<<No. Ho una sorella che si chiama Jenny. E tu invece?>>.
<< Mia sorella… il suo nome è Mary. Ultimamente abbiamo litigato per Barbara. Mary diceva che passavo più tempo con Barbara che con la famiglia e che quindi volevo più bene a Barbara . Che ragionamento idiota, non trovi? Ma in fondo le donne sono sempre gelose delle altre donne: fortuna che Arbie non si è arrabbiata.>>.
Non riuscii a trattenere un sorriso.
<<Cosa diavolo hai da ridere?>> ringhiò Kendred.
Dalla sua voce si capiva che era arrabbiato nero.
Il mio sorriso si spense. Ma ero forse impazzito? Ridere in faccia a un matto pluriomicida? Follia pura.
Intanto, lanciando una rapida occhiata furtiva fuori dal finestrino, notai che eravamo nella periferia di Boston.
<<Non credi in Barbara?>> mi domandò. Ormai era del tutto fuori di sé: fili di bava gli colavano dai lati della bocca.
<<TI FACCIO VEDERE IO COSA SA FARE LA MIA BARBARA!!!>> sbraitò, e io capii che era completamente fuori controllo.
La mia mano andò istintivamente verso la maniglia della portiera, ma lui intuì ciò che stavo per fare e mi sferrò un pugno al naso, che emise un sonoro SCROOCK, il quale confermò la sua rottura. Subito dopo sentii un fiotto di sangue caldo colarmi dalle narici.
Guardai cosa stava facendo Kendred "il Matto" e vidi che aveva staccato le mani dal volante della tucker e che la macchina era nella corsia opposta. Stavamo andando nel senso contrario!!!!
5
Le macchine che ci
venivano incontro erano costrette a passare per l’altra corsia, rischiando di
scontrarsi con quelle della corsia opposta.
Vidi una ford scontrarsi con un lungo camion trasporta merci.
<< Hai visto cosa sa fare Barbara?>> mi domandò Kendred.
<< Invece di pensare a Barbara >>stavolta ero io ad urlare.<< vuoi guardare la strad…>non finii la frase.
Un enorme tir nero si schiantò sulla tucker nera.
Fortunatamente io avevo la cintura, ma Kendred no. Lo vidi schizzare fuori dal parabrezza, mandandolo in mille pezzi; nello stesso momento sentii un doloroso bruciore nella guancia sinistra.
E poi?
Il nero assoluto.
Game over.
Fine
Nota dell'autore:Mi farebbe piacere che mi scriveste per commentare i miei lavori.
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