Il nome dell'infame
autore: Dario Anelli
“Jhonny De Francesco: investigatore privato”. Così lo presentava la targhetta d’ottone affissa alla porta del suo ufficio.
Lui era dentro nervoso perché faceva caldo, nervoso perché il whisky nascosto nel termosifone era finito. Gironzolava lanciando occhiate ora al telefono che non squillava mai ora al panorama che gli offriva la finestra: uno scorcio della trentasettesima; una delle strade più trafficate e rumorose di Chicago.
Sconsolato si sedette, mise i piedi sulla scrivania, allentò la cravatta e, mani sulle bretelle dei pantaloni, si concentrò su un ragno che, con pazienza certosina, stava tessendo una complicata ragnatela nell’angolo accanto allo schedario.Erano tempi duri anche per Jhonny che un tempo girava la città a caccia di prove per confermare un paio di corna da parte di una moglie annoiata o smascherare operazioni finanziarie d’imprese per bene tenute, non si sa perché, nascoste ai legittimi partner d’affari.
Si alzava prestissimo, andava a bere il primo caffè nella caffetteria di Charly, dava un occhio al giornale del mattino: prima pagina e sport. Qualche chiacchiera con il vecchio Charly e, quando la città cominciava a svegliarsi, lui era già al lavoro. Interrogava mignotte, sbirri e portieri d’albergo. Scattava foto.
A volte pedinava bancari altre volte rimaneva in appostamento nell’attesa del farfallone di turno.
Pranzava al ristorante di Joe il Portoricano o alla rosticceria cinese sulla quarantesima. In entrambi i casi venivano servite vere e proprie schifezze ma non ci faceva troppo caso perché, quando mangiava, pensava. Così lavorava Jhonny De Francesco quando i tempi erano buoni: senza aiutanti, senza segretarie capaci solo, diceva lui, di perfezionarsi nell’uso della limetta per le unghie.
Dieci anni prima si era sposato con Cristie Smith una cabarettista che lo faceva molto ridere. E cosa c’è di meglio di una bella ristata dopo una giornata di lavoro?
Tuttavia, il giorno che sua moglie se ne scappò con un domatore di cavalli spagnolo lasciandogli un bigliettino di scuse e una bambina di sei anni, gli passò il buon umore.
La bambina si chiamava Judy, crebbe divisa fra l’amore silenzioso del padre e le cure della vedova Stainbacher, la vicina di casa. All’età di quindici anni era già a conoscenza che la vita è fatta di panni sporchi, di cene che si raffreddano e di conti domestici da far tornare.
Tutte le sere preparava la cena per Jhonny, stava un po’ con lui prima che si ritirasse in salotto a seguire le radiocronache degli incontri di boxe. Jhonny, dal canto suo, faceva tutto il possibile per farla star bene e, sia per il compleanno sia per Natale, le faceva dei regali.
Quando il ragno si prese una pausa a Jhonny venne in mente un fatto inerente sua figlia capitato la sera prima.
Era tornato a casa un po’ più tardi del solito per via di un incarico di lavoro. Quando aprì la porta trovò Judy in lacrime. – Papà – Esclamò venendogli incontro – Ma tu stai bene –
- Certo che sto bene – Disse Jhonny meravigliato – Cosa è successo, piccola? – La ragazzina singhiozzò per qualche minuto stretta nell’abbraccio del padre poi, adagio, si riprese.
- Niente, sarà stato uno scherzo. – Disse - Ha telefonato l’ospedale di New York dicendo che tu eri stato investito da una macchina. Mi sono presa una paura. – Jhonny le sorrise e le diede un pizzicotto sulla guancia
- Che vigliacco! Spaventare così la mia bambina, vedrai che quando lo trovo lo mando io all’ospedale. – Judy si riprese, accennò a ridere – Ti ho preparato il polpettone, però bisognerà riscaldarlo. –
- A New York? Che cosa ci andavo a fare poi a New York? – Disse Jhonny sedendosi a tavola.
- Appunto. – Disse Judy servendogli la cena. Che ragazzina forte era la figlia di De Francesco; Jhonny n’era orgoglioso. Quanto allo scherzo, Jhonny aveva molti nemici capaci di simili trovate. Avrebbe affidato l’incarico di trovare il colpevole a David McStone detto lo smilzo, un perditempo che qualche volta collaborava con Jhonny per lavoretti di poco conto. Quella sera stessa, decise Jhonny, sarebbe andato a trovare McStone. Il ragno si rimise al lavoro.
Ad un tratto qualcuno bussò alla porta. Con un movimento veloce, Jhonny si risistemò il nodo della cravatta e tirò giù i piedi dalla scrivania.
- Finalmente – Pensò mentre la porta si apriva.
- Jhonny De Francesco – Salutò un ometto basso con la bombetta. Non si trattava di lavoro bensì di seccature. Jhonny si tolse la cravatta e si rimise comodo. L’ometto si sedette sulla poltroncina di pelle che Jhonny riservava ai clienti importanti.
- Non è quello il tuo posto – Gli fece osservare l’investigatore
- Va’ all’inferno – Rispose l’ometto trasferendo il suo posteriore su una sedia di legno.
- Adesso canta per me, Red
- Portami rispetto – Disse Red – altrimenti un giorno brucio te e questo pollaio.
– A risposta della minaccia Jhonny si stiracchiò come un gatto
– Da quanto ne so io, i portaborse dei gangster sanno abbaiare bene tuttavia… se vuoi i fiammiferi, sono nel secondo cassetto- Red fece finta di non sentire, non voleva raccogliere la provocazione.
- Ho un lavoro per te. – Disse
- Paghi tu o l’Italiano? – Jhonny si divertiva troppo a stuzzicarlo
- L’Italiano.
- E allora sarà l’Italiano che mi offre un lavoro.
- Ascoltami bene pezzo di – s’interruppe, inspirò profondamente esaltando i capillari rotti delle guance e si ripromise di rimanere calmo. Al momento opportuno avrebbe provveduto lui stesso a buttarlo a fiume con una pesante zavorra di cemento ai piedi.
- Questa notte gli sbirri hanno beccato l’autocisterna di Ernest Sacker, quella che gli riforniva i locali. – Jhonny guardò il termosifone vuoto.
- Un vero peccato. - Commentò.
- Al diavolo, non è questo il punto, Sacker fa parte della concorrenza, non ce ne fotte se si è fatto beccare.
- Beh – Ammise Jhonny intrecciando le dita sulla pancia – Un tipo come Sacker avrà il culo coperto, nessuno toccherà le sue donne e i suoi dollari.
- Questo è vero – Ammise Red – Tuttavia Sacker ci perde profitti e la faccia.
- Povero Sacker, l’Italiano mi paga per consolarlo?- Red non rise
- Il giro dell’autocisterna era collaudato da tempo; tempi, orari, smazzettamenti di dollari alle persone giuste, capisci? – Jhonny capiva; Chicago andava avanti così da molto tempo.
- Vieni al punto Red – disse l’investigatore
- Il punto è che tra i nomi sul libro paga di Sacker figura un infame. E’ lui che ha avvertito gli sbirri e ha fatto perdere la faccia a Sacker. Tu devi trovarlo.
- Se si tratta di far pulizia di certo ci starà già pensando il migliore killer di Sacker.
- Lo sappiamo – Disse cupo Red – Devi trovarlo prima del killer. Se non si è proprio bevuto il cervello quell’uomo sa che deve cambiare aria e l’Italiano può aiutarlo in cambio d’informazioni. Allora?
- Ma sai, Red, è un periodo un po’ movimentato – Disse Jhonny sghignazzando e indicando il traffico giù in strada - Non so se posso accettare l’incarico.
- L’Italiano di solito parla una volta sola – Disse Red. Jhonny questo lo sapeva e non sarebbe stato certo lui a metterlo alla prova.
- Va beh, Red, un favore ad un vecchio amico non si rifiuta mai. La tariffa la conosci, ci aggiungi un piccola percentuale per la fretta e il gioco è fatto. Sai com’è, sono un po’ fuori forma. – Red si alzò – Qualche dritta? – Chiese l’investigatore.
- Nessuna –
- Beh – Fece Jhonny alzandosi a sua volta - Porta i miei rispetti all’Italiano e, se qualche volta organizzate una tombolata o una canasta, non mancare di invitarmi. – Red uscì senza salutare.
Jhonny rimase alla finestra ad aspettare che l’ometto uscisse dal palazzo. Quando lo vide gli gridò:
- Ehi Red, ricordati che ho il termosifone in riserva – Red gli rivolse un cenno della testa e sparì nel flusso di passanti.
Indossò l’impermeabile, chiuse l’ufficio e s’incamminò. Rifletteva meglio in strada in mezzo alla gente. Sacker pagava bene i suoi scagnozzi e in più i fortunati godevano di privilegi particolari quali tribunali indulgenti, imposte meno pesanti nonché tutto il rispetto che il nome di Ernest Sacker porta con sé. Dunque per quale motivo l’infame aveva tradito?
Anche Jhonny, mesi addietro, aveva lavorato per Sacker; un compito apparentemente facile, ricompensa esentasse. Doveva procurare informazioni affinché gli uomini di Sacker potessero pianificare il rifornimento di alcolici nei locali.
Jhonny lavorò con metodo come al solito individuando il giorno della settimana più conveniente, facendo i nomi degli sbirri corrotti e di quelli non, parlando con i gestori dei locali affinché, al momento del rifornimento, non ci fossero curiosi in zona e via dicendo. Scrisse tutto sul suo notes e parlò agli uomini di Sacker che fecero il resto. L’Italiano questo non lo sapeva come Sacker non era a conoscenza che adesso Jhonny lavorava per l’Italiano: infondo un investigatore è pur sempre un libero professionista.
L’infame era senz’altro un uomo di Sacker, rifletteva Jhonny, quindi era opportuno annusare un po’ che aria tirava in quella latrina. Decise di andare a trovare Michel Blackman, uomo di Sacker e proprietario del Blue River, un Night alla moda che offriva agli eleganti frequentatori buona musica, ballerine nonché, previa ragionevole mancia, salette appartate nelle quali venivano serviti, a dispetto del proibizionismo, champagne e liquori di marca. Per i cacciatori d’emozioni vi era invece una raffinata sala da gioco, il cui ingresso, per ovvi motivi, era celato da un pannello di legno.
Jhonny era convinto che i night fossero un po’ come le donne in viaggio di nozze e, come loro, la mattina, indugiavano a lungo nel letto deliziandosi dei ricordi della nottata appena trascorsa. Il locale di Blackman non faceva eccezione. L’ingresso principale chiuso però, sul retro, era parcheggiato il camioncino di un fornitore, probabilmente stava scaricando qualcosa. Jhonny entrò dalla porticina di servizio, attraversò la cucina deserta e puntò in direzione del salone principale.
Trovò il sipario del palco abbassato, il pianoforte muto, le sedie ordinatamente poste sopra i tavoli mentre un negro in grembiule lavava il pavimento di legno fischiettando.
Jhonny si guardò un po’ in giro e finalmente lo vide. Blackman era dietro al banco del bar.
Stava scribacchiando tutto assorto su un notes fermandosi di tanto in tanto per contare aiutandosi con le dita.
- Salve – salutò l’investigatore.
- Chi c..... sei? Da dove c.... arrivi? Chi c.... ti ha fatto entrare? Vattene fuori dai c...... –
Disse Blackman senza alzare lo sguardo dai suoi conti. Jhonny sorrise, lo conosceva da tempo
il buon Michel Blackman.
Rimase in silenzio ad osservare quel fisico possente anche se non più giovane di ex scaricatore di porto e di ex pugile. Blackman alzò la testa.
- Sei sordo? – Jhonny si grattò una tempia – Jhonny sei tu? – Lo riconobbe finalmente. – Che sorpresa! – Blackman fece sparire i suoi conti sotto il banco e stritolò la mano che l’investigatore gli porgeva.
– Cosa posso offrirti? – Jhonny fece spallucce
Blackman preparò due tazze di caffè lungo.
- Non è solo per rivedere un vecchio amico che sei venuto fin qua. – Dedusse dopo un po’
- Infatti – Jhonny sorseggiò il caffè. Da dove cominciare? Decise di essere abbastanza schietto, in fondo Blackman si dichiarava suo amico.
- Ho sentito del fattaccio – Disse e rimase in attesa della reazione.
- Gran brutto guaio – Rispose Blackman facendosi cupo
- Hai idea di come possa essere successo? – Disse Jhonny assumendo un’aria apparentemente distratta.
- Un infame – Sputò là Blackman – Un lurido infame ha fatto una soffiata agli sbirri.- Jhonny questo lo sapeva già. Finì il caffè
- Qualche sospetto? - Blackman scosse la testa pensoso.
- No, a me non viene in mente nessuno però posso dirti che Sacker ha già assoldato il migliore.
- Dunque – Ragionò a voce alta l’investigatore – Per trovare l’infame sarebbe conveniente chiederlo direttamente agli sbirri. –
- Sai come farei io? – disse Blackman
- Come faresti? – Incoraggiò Jhonny fingendo sempre disinteresse.
Blackman glielo disse
Pranzò alla rosticceria cinese, poi passò da casa. Judy doveva ancora tornare da scuola. Andò al mobiletto del telefono e prese il blocco notes che trovò inspiegabilmente aperto. Mise tutto in tasca e riuscì. L’ufficio era afoso, un moscone ronzava pigro con lente evoluzioni circolari. Jhonny si tolse l’impermeabile, azionò il ventilatore, consultò attentamente il suo blocco notes ed infine si accinse a telefonare.
L’idea di Blackman non era male. Tra i frequentatori del suo locale vi era un certo Tom Pitt, un ispettore di polizia che non rinunciava mai ad un bicchierino di whisky e ad un paio di puntate alla roulette e, inoltre, stringeva “amicizia” con le ballerine. Oggi era il suo giorno di riposo.
Jhonny parlò con la centralinista, attese.
- Pitt – fece una voce brusca.
- Come va Pitt? – Disse Jhonny allungando le gambe sulla scrivania.
- Chi parla?
- Forse un amico, forse quello che ti fotte la carriera, dipende da te – Rumori sul microfono, il tono della voce cambiò.
- Non so di cosa sta parlando.
- Sì che lo sai –
Silenzio.
- Dimmi tre motivi per cui mi consiglieresti una serata al Blue River.
- Non ha nessuna prova – La voce aveva perso gran parte della sicurezza iniziale
- Sei testimonianze più qualche foto. In questo periodo le rotative delle riviste scandalistiche piangono. – Ci fu una pausa, qualche imprecazione soffocata.
- Posso fare qualcosa per evitarlo? – Uomo ragionevole, l’ispettore Pitt.
- Certo, ho solo bisogno di un’informazione. - Il moscone si posò sulla scarpa di Jhonny e cominciò ad esplorarla movendosi a piccoli scatti.
- Mi congratulo per la splendida operazione della notte scorsa. Un’intera autocisterna carica di Whisky. Mica male.
Silenzio.
- Tuttavia parte del merito appartiene ad un tale che vi ha fatto una soffiata.
- Non sono io ad occuparmi del caso, non ne so niente
- Beh – Fece Jhonny – Che ne dici di metterti le scarpe, poi fai un salto alla centrale, ti informi e questa sera ti richiamo.
Silenzio
- Rassicurami Pitt, non voglio compiere mosse avventate.
- D’accordo. – S’arrese infine l’ispettore. Jhonny riattaccò, dette uno sguardo al termosifone vuoto e aspettò
che il telefono squillasse per un nuovo incarico. Il moscone aveva intanto ripreso le sue lente evoluzioni per la stanza.
Dopo cena Jhonny uscì. Era tempo di sapere cosa aveva combinato l’ispettore Pitt.
Per precauzione volle chiamarlo da una cabina.
- Ehilà Pitt, mio eroe, che hai scoperto?
- Poco – L’umore di Jhonny cambiò
- Mi serve un nome, ce l’hai?
- No – Questo Jhonny non l’aveva previsto. Tamburellò con le dita sull’apparecchio telefonico.
- Sono un po’ arrabbiato, Pitt
- Ascolti, ho fatto tutto il possibile. E’ da undici ore che in centrale si stanno dando il cambio per torchiare l’autista dell’autocisterna e il gestore del locale a cui era destinato il whisky. Del suo infame se ne sbattono.
- Non va bene – Dichiarò Jhonny – mi costringi a farlo, Pitt. Anche se non voglio.
- Le ripeto che ho fatto tutto il possibile. Ho solo un numero di telefono. Quello da cui l’infame ha chiamato.
- Parla. – L’ispettore glielo disse.
- Cos’è, uno scherzo? –
- Assolutamente no, l’informazione è attendibile, deve credermi.
- Ripetimelo cifra per cifra. – Pitt dovette ripeterlo altre quattro volte.
- D’accordo Pitt, hai fatto un buon lavoro, passa al Blue River a ritirare le foto e salutami Blackman. – Riattaccò. Jhonny adesso sentiva freddo, molto freddo. La mano destra gli tremava, le gambe si erano fatte deboli e stentavano a reggerlo. Lentamente ritornò a casa.
- Ti senti male papà? – Chiese Judy visibilmente allarmata – Sei tutto pallido. – Jhonny si lasciò cadere su una poltrona. – Bimba mia – mormorò
- Che hai, papà, non farmi prendere paura. – Judy gli si era inginocchiata a fianco impaurita come una cerbiatta.
- Non è nulla tesoro, la stanchezza penso.
Dimmi una cosa – Fece una pausa – Dopo che ti hanno fatto lo scherzo dell’ospedale che cosa hai fatto? – Gli occhi di Judy si gonfiarono di lacrime che presero a scivolarle veloci sulle guance.
- Avevo paura che ti fosse successo qualcosa. Ti ho telefonato in ufficio. Nessuno rispondeva – Jhonny le accarezzò i capelli castani – Allora ho guardato se nel tuo blocco avevi scritto qualche appuntamento.
- E poi? – Incoraggiò Jhonny con la voce tiepida di un prete che confessa.
- Ho trovato la scritta: “Tutti martedì ore diciannove all’angolo della dodicesima”. – Judy tirò su col naso – Ho chiamato la polizia dicendole che avevo paura che ti fosse successo qualcosa. Ho dato loro l’indirizzo. Quello del centralino mi ha detto che avrebbe mandato una pattuglia. – Jhonny continuò ad accarezzare i capelli della figlia.
- Ho fatto male? – Chiese Judy
- No hai fatto bene, adesso so che la mia bimba mi vuole tanto bene. – Judy accese la radio. Insieme ascoltarono la radiocronaca dell’incontro di pugilato. La ragazza si addormentò con la testa sulle ginocchia del padre. Jhonny, con delicatezza, la prese in braccio e la coricò nel suo letto. Era una sensazione strana quella che provava, una sensazione vischiosa e fredda. Questione di poche ore ormai.
Infatti verso mezzanotte un’auto scura parcheggiò. Un uomo silenzioso avanzò verso il portone del palazzo. Jhonny prese l’impermeabile e gli andò incontro.
S’incontrarono per le scale.
- Tu cerchi me, sono Jhonny De Francesco. – L’altro fece un cenno con la testa
- Non qui, non voglio che la mia bambina senta. – Il killer annuì e gli fece cenno di scendere le scale.
- Come si chiama? – Chiese il killer col tono confidenziale di un vecchio amico
– Judy, ha quindici anni.
- Anch’io ho una bambina, però è più piccola della tua; ha solo sette anni. Pensa che ieri le è caduto il primo dentino.
Jhonny De Francesco indugiò un istante. Prima di salire in macchina col killer, guardò il palazzo, immaginò sua figlia che dormiva e le augurò ogni bene.
Fine
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