La Clessidra
autore: Donatella Garritta
La scadenza dei documenti, inesorabile, scandiva il passare del tempo.
Erano passati altri cinque anni senza che lei si fosse accorta di nulla; o meglio, il tempo era passato velocemente, lasciandola ancora una volta a bocca aperta. Quella mattina era andata all’anagrafe e l’impiegata, ritirando le fotografie per la carta d’identità, le aveva comunicato una notizia inattesa: lei era la persona più anziana del paese.
- Complimenti signora! Ma lo sa che non dimostra tutti gli anni che ha? -
Il tono della voce della giovanissima impiegata era compiaciuto, ed aveva aggiunto qualche “ti” di troppo alla parola “tutti”, quasi a voler porre in rilievo che gli anni erano proprio molti.
Ora, seduta in cucina, Maddalena ripensava ai pochi momenti trascorsi nell’ufficio, ai sorrisi che le avevano rivolto i concittadini presenti, alla gentilezza che avevano dimostrato nei suoi confronti.
“La persona più anziana del paese” ripeté mentalmente “bel record!”
Ma dove erano tutti quegli anni?
Che cosa aveva fatto giorno dopo giorno?
Non lo ricordava più.
O meglio ricordava alcune cose, legate alla quotidianità ed ai luoghi.
Quella stanza per esempio, la cucina, le ricordava le ore trascorse ai fornelli, a preparare pranzi, cene, colazioni e merende per marito, figli, e poi nuora, genero, nipoti, sino a che i nipoti avevano preso l’abitudine di portarla, per il pranzo della domenica, al ristorante o nelle loro nuove case.
Verso la fine della domenica mattina, il nipote di turno arrivava nella casa che aveva visto crescere lei, i suoi figli e quei “ragazzi” che erano ormai uomini. Erano quattro maschi, alti, bruni, con gli occhi vivi ed il sorriso di chi è felice d’essere al mondo; erano belli i suoi nipoti e non era solo lei a pensarlo: con gli anni aveva imparato ad interpretare gli sguardi delle persone e comunque non ci voleva molto a capire che le donne erano attratte dai suoi ragazzi.
Il suono del telefono interruppe il filo dei pensieri.
- Ciao nonna, come stai? - era Bruno, il nipote più giovane - domani vengo a prenderti; qualche preferenza?
Ogni domenica andavano in un ristorante diverso, ma ogni volta le chiedevano se volesse andare in un posto in particolare.
- No, scegli tu, per me va tutto bene!
- D’accordo nonna; hai bisogno di qualche cosa?
- No caro, non ho bisogno di nulla; sto bene. Sai, oggi ho saputo di essere la più vecchia del paese…
- Complimenti nonnina! Che effetto ti ha fatto?
- Mah, non so, mi sono sentita strana. Dove sono andati tutti questi anni? E’ passato un mucchio di tempo ma la testa non lo ha recepito. Bah, sarà la vecchiaia! Ciao bello, ci vediamo domani.
- Ciao nonna, stai allegra.
Si sedette sul divanetto della cucina per godersi gli ultimi raggi di sole che tingevano di rosso il cielo rendendo le montagne violacee; era un colore magico, quello dei monti al tramonto ed aveva anche provato tante volte a riprodurlo con i colori ad olio ma non c’era mai riuscita: la natura non si fa copiare da tutti!
Tornò col pensiero alla telefonata. Dove erano andati tutti quegli anni? Iniziò con la memoria un cammino, lento, a ritroso.
Come sabbia che scorre in una clessidra, i ricordi lentamente iniziarono a passarle dinnanzi agli occhi.
Il ricordo delle grida dei nipotini che giocavano felici nel giardino intorno alla casa correndo, saltando ed inventando sempre nuove avventure, distese la fitta rete di rughe che il tempo le aveva steso sul volto. Erano nati a breve distanza l’uno dall’altro e, messi in fila, parevano una scaletta: - La mia scaletta verso il cielo - aveva detto scherzando tante volte.
Quanto tempo aveva dedicato a quei ragazzi; aveva giocato con loro, aveva raccontato tante favole, li aveva guidati nella scoperta del mondo nascosto nel prato intorno a casa, dei piccoli insetti, dei nomi dei fiori, degli alberi…
“Ecco un po’ del mio tempo dov’è finito, questo di sicuro non è stato sciupato” pensò.
Non sprecare il tempo a disposizione era sempre stato il suo chiodo fisso: era sempre in movimento, sempre con qualche cosa da fare, mai a riposo.
Ritornò col pensiero a quando era indaffaratissima, quando i suoi figli erano bimbetti: le sembrò di vederli girare intorno al divano della cucina: la piccola alla conquista dei primi passi, il più grandino alla scoperta del resto della casa.
Ecco dov’era finita un’altra grande parte del suo tempo. Aveva investito su di loro tutte le sue energie; aveva vissuto in simbiosi con i suoi bambini sino a che avevano iniziato ad andare a scuola. Poi da quel primo giorno di scuola tutto si trasformò: lei non era più il fulcro della loro esistenza, l’unica fonte da cui attingere; s’erano insinuate le maestre, gli amici, tutto un mondo nuovo da scoprire, capire ed in cui imparare a muoversi.
I granelli di sabbia della clessidra scivolando veloci da un’ampolla all’altra ritmano lo scorrere del tempo e, come nel caleidoscopio una figura si modifica in una diversa ma formata dagli stessi cristalli disposti in altro modo, così nella sua mente i figli divennero sempre più giovani, sempre più piccoli ed indietro, sino a divenire neonati, indifesi nelle sue braccia.
Rivide la sua vita come si ripercorre una strada, conosciuta ma vista con occhi diversi e al viso dei figli si sostituì il suo di bimba paffuta, con i lunghi capelli, sciolti sulle spalle, ritratta nel quadro in salone. Di quegl’anni lontani ricordava il freddo, un gran freddo che la circondava costantemente, anche quando i camini erano accesi o faceva tanto caldo da non sopportare più le lunghe vesti.
Lei era per tutti “la signorina” e come tale doveva comportarsi; prima la balia, poi la governante
infine l’istitutrice si presero cura della sua educazione consegnandola ai genitori ormai
perfettamente ammaestrata al ruolo di figlia, obbediente e remissiva.
I suoi genitori non la tenevano in gran considerazione poiché, essendo femmina, poneva fine all’asse della loro famiglia e si doveva anche pensare a maritarla con tutte le conseguenze faticose che ciò comportava: la scelta di un buon partito per l’unica figlia non è semplice, si deve tener conto di tante cose!La prima scossa, a quella vita narcotizzante, fu data dalla prima grande guerra. Le loro certezze furono spazzate via come la mano della cuoca spazzava le briciole sul tavolo da cucina e nulla ritornò com’era: persero una parte delle terre e qualche parente lontano ma trovarono un buon partito per la figlia, un giovane soldato di ottima famiglia che aveva messo gli occhi su di lei, appena finita la guerra.
Non raccontò mai a nessuno di averlo desiderato dalla prima volta che lo aveva visto e nascose anche di averlo incontrato più volte, all’insaputa di tutti.
La fine della guerra aveva generato un’euforia che le aveva permesso di sgattaiolare fuori casa, sola, ad incontrare quel giovane che si era accorto di lei una sera a teatro, che l’aveva fissata intensamente ed a lungo nelle pause della commedia e che la mattina successiva, alla messa, inaspettatamente, volle rivedere. In chiesa, lei e la sua famiglia occuparono il solito banco, tra le prime file della navata di destra; lui che aveva atteso con fare indifferente si sistemò a lato dell’altare, dalla parte sinistra, e passò tutto il tempo della messa fingendo di osservare gli stucchi, il lampadario ed i quadri sacri vicini a Maddalena, ma non perse nemmeno un gesto, uno sguardo, o una delle preghiere recitate in quella mattinata con particolare ardore e fu ardito lui ad approfittare del momento di confusione dell’uscita per farle scivolare nella mano il primo di tanti biglietti per i loro appuntamenti clandestini. Sullo stesso altare, dopo quasi due anni da quella domenica mattina si sposarono e alla felicità che provò mentre, finalmente davanti a tutti, poteva dire di amare quell’uomo senza suscitare scandalo, si aggiunse presto quella della nascita dei figli, prima un maschio, poi una femmina, ed altri sarebbero nati se non ci fossero state complicazioni che le impedirono altre gravidanze.
Si sentiva appagata e felice: i figli erano sani e le balie si occupavano di loro solo quando lei doveva uscire col marito per andare a teatro, a cene di beneficenza o feste organizzate dal podestà del paese. Inaspettatamente una mano spazzò di nuovo le briciole dal tavolo, portandole via il marito, in un’altra grande guerra. Il freddo s’impossessò nuovamente di lei. Ogni lettera la riempiva di speranza ma non faceva in tempo a riscaldarsi il cuore con la fiducia che le parole del suo uomo le infondeva, che subito arrivava qualche brutta notizia: l’ultima lettera ad un’amica, un bombardamento più devastante, la morte di un conoscente.
E poi i figli, come impazziti, che volevano andare al fronte, lui a combattere, lei a soccorrere; con l’inganno riuscì a ritardare la loro partenza finché poté, ma, alla fine anche loro se ne andarono e lei rimase sola, ad aspettare e piangere. Prese a frequentare assiduamente la chiesa e le donne rimaste in paese che, all’inizio, si dimostrarono un po’ ostili: lei era “la signora” e come tale doveva comportarsi! Ma anche “la signora” era sola, anche lei piangeva e pregava per marito e figli e gradualmente la diffidenza si sciolse unendo l’assortito gruppo di donne anche fuori delle mura della chiesa.
Scoprì un mondo nuovo, diverso dal suo, fatto di appoggio ed aiuto reciproco, di una solidarietà sconosciuta nel suo ambiente; si rese conto che pur avendo poco quelle donne mettevano tutto in comune per riuscire a tirare avanti, e, pur tra stenti e fatiche riuscivano ad ospitare uomini che misteriosamente passavano nel paese, si fermavano qualche giorno e poi sparivano com’erano venuti. Iniziò ad ospitare quegli estranei che le altre donne del paese le mandavano, forse per combattere la troppa solitudine, forse per riempire quella casa troppo grande per lei sola. Nessuno doveva sapere di quei passaggi e lei tacque sempre, fino alla notte in cui fu svegliata dai colpi secchi che qualcuno batteva alla robusta porta e da un concitato parlare sconosciuto.Fu il finimondo.
I soldati tedeschi piombarono nelle stanze, bloccarono porte e finestre, e circondarono la casa; uomini armati spinsero lei e la cuoca in un angolo del salone mentre altri setacciarono la casa e gli scantinati, trovando i fuggiaschi. Una buona parte di soldati ripartì con i prigionieri di cui non si seppe mai più nulla; una decina di uomini rimase nella casa e Maddalena si aspettava di fare la fine dei suoi ospiti ma i tedeschi la esibirono come un trofeo, portandola in giro sulle loro auto e scortandola in ogni momento delle giornate che seguirono il rastrellamento. Gli sguardi carichi d’odio delle donne e degli anziani paesani le fecero capire che la consideravano amica di quei soldati, una traditrice, una disposta a vendere tutto pur di salvarsi.
Nessuno sapeva che Maddalena era ogni sera il premio del più fortunato a carte.Vedendola passare nelle vie del paese a fianco dei tedeschi, lo sguardo vuoto, senza più lacrime, le donne si facevano il segno della croce e pregavano Dio di castigare quell’infingarda traditrice, responsabile della scomparsa delle persone a lei affidate; vedendola camminare, austera negli abiti eleganti, accanto ai nemici, nessuno capiva, o voleva capire il suo tormento; erano attenti, i tedeschi, a picchiarla senza lasciare segni visibili, ma sotto le vesti eleganti i lividi e la seta scura della biancheria erano una sola sfumatura. Il capo della pattuglia tedesca sin dalla prima sera iniziò ad interrogarla aspramente: voleva sapere da quanto tempo durava quella tresca, quante persone erano passate per quelle stanze e chi l’aiutava ad organizzare tutto. Le risposte smozzicate non placavano mai l’ira del tedesco che non le perdonava il tradimento: – Suo marito è un soldato, come può lei fare questo? Lei ha tradito anche lui, l’onore della divisa che porta; non potrà più guardarlo negli occhi dopo quello che ha fatto.
Le parole taglienti del tedesco la colpirono come un fulmine perché aveva pensato di agire per il meglio, aiutando chi aveva bisogno di un ricovero, senza porsi troppe domande. Ora quell’uomo, dall’accento duro, le svelava un modo diverso di vedere la stessa cosa, un modo che non le apparteneva ma la spaventava: e se avesse avuto ragione lui? Se suo marito, tornando, si fosse sentito tradito da lei? Se quell’atto di bontà verso il prossimo si fosse rivelato uno sbaglio, una cosa da non fare? L’avrebbe mai perdonata? Sarebbe mai tornato tutto come prima?
La mente si macerava dietro questi pensieri mentre i soldati spadroneggiavano per la casa nelle cui stanze risuonavano quelle strane, incomprensibili parole, aspre, secche e dure come gli sguardi che la condannavano al ruolo di rinnegata.Per qualche settimana la pattuglia tedesca rimase nella sua casa poi andò via da quel paese a ricominciare daccapo da qualche altra parte. Maddalena rimase lì, sola a fronteggiare la rabbia delle donne che l’avrebbero uccisa se non avessero avuto troppa paura, sola ad aspettare una lettera che sarebbe dovuta già arrivare da giorni ma che forse si era persa nella confusione della guerra, sola…
Dalla notte della retata tedesca i brevi momenti di riposo erano accompagnati da incubi che la sfinivano, facendole rivivere con sempre maggior vividezza tutto l’accaduto. A rendere ancor più angosciante il sogno erano i visi dei prigionieri che si deformavano in una maschera sanguinante da cui si generavano delle mani che la agguantavano, strozzandola lentamente; a quell’agonia assistevano compiaciute le donne del paese che l’accerchiavano, sovrastandola. Un secco bussare pose fine all’incubo, facendone iniziare uno nuovo che non si sarebbe più esaurito: la lettera che aspettava con terrore era giunta e le porgeva le condoglianze per la morte del marito che sino all’ultimo aveva onorato il giuramento fatto alle forze armate del suo paese con l’orgoglio d’essere italiano.
Aveva sperato, nei giorni passati ad attendere notizie, di avere nel cuore quella senso di catastrofe a causa del rastrellamento tedesco; aveva sperato di poter riabbracciare presto suo marito e poter così cancellare i segni che le mani e le parole di uomini sconosciuti avevano lasciato nella sua anima ma ora, con quel pezzo di carta tra le mani, si rese conto di non essere più la donna di prima, di non avere più la possibilità di cancellare quei segni che oramai si erano impressi in modo indelebile nel suo spirito e nulla avrebbe mai più potuto cancellare.
La morte del marito le riportò a casa i figli per qualche giorno: per il funerale, che fu disertato da tutti gli abitanti del paese e che il prete liquidò con poche parole, e per rimanerle accanto e consolarla.
Ma non furono parole di consolazione quelle che la figlia le urlò contro dopo qualche giorno.
- In paese ti chiamano la vedova nera. Perché? Perché hai permesso che accadesse una cosa simile nella nostra casa? Perché non ti sei ribellata? Che cosa hai fatto? Come hai potuto permettere una cosa simile? Spero almeno ti sia divertita a farti scarrozzare in giro dai tedeschi, almeno tu ne hai tratto qualche vantaggio!
- Non essere così dura con lei - replicò il figlio - mamma, ti prego, che cosa è successo, raccontaci come sono andate le cose, dimmi che cosa ti hanno fatto…
Le lacrime presero a scivolare lente lungo il viso di Maddalena; avrebbe voluto stringere i figli e sfogarsi, raccontare loro tutto quello che aveva subito, dare anche a loro un po’ del suo fardello da portare sul cuore per il resto della vita ma disse soltanto: - Ho avuto paura… - non aggiunse altro e rimase nuovamente sola nella sua grande casa.La fine della guerra portò un’euforia che le ricordò vagamente quella che aveva vissuto anni prima. I suoi figli tornarono a casa insieme ad altri soldati, infermiere e prigionieri e la ricostruzione di quel paese ferito ma vivo occupò le giornate e gli anni.
La morte del marito la costrinse ad occuparsi dell’amministrazione delle terre e dei conti di casa. L’arrivo della febbre del cemento armato le permise di accantonare un consistente patrimonio e il trascorrere degli anni con il rinnovamento della popolazione del paese cancellò le origini del soprannome affibbiatole in tempi ormai lontani. Era divenuto un nomignolo senza significato, attribuito dai più al fatto che fosse ancora piacente e vedova da molti anni.
Chi invece non aveva dimenticato o perdonato era la figlia: rigida nella disapprovazione del comportamento di Maddalena la trattò con freddezza per molto tempo, sino a quando anche lei divenne madre.
La nuova condizione la portò ad essere più comprensiva, meno astiosa ma l’orgoglio le impedì di parlare sino a quando suo figlio ebbe un anno e lei volle riprendere ad insegnare.Espresse il desiderio di tornare a scuola una domenica, nella riunione di famiglia che ogni tanto si teneva nella grande casa della madre.
Stavano pranzando e il bimbetto gattonava allegro tra le sedie, il divano e sui preziosi tappeti. Maddalena non disse nulla, non si propose, temendo un rifiuto, si alzò da tavola, si avvicinò al bimbo che si era seduto accanto alla porta e, accarezzandogli il volto, chiese: - Vuoi venire da me domani? Vuoi farmi compagnia? - furono le parole che sancirono l’armistizio tra madre e figlia e consacrarono Maddalena al ruolo di nonna cui affidare i figli.
Iniziò per lei una nuova vita, faticosa, perché, uno dopo l’altro, i quattro nipotini le monopolizzarono tutto il tempo e tutte le energie, ma piena d’allegria e serenità, scacciando lontano i cupi ricordi del passato.
Ecco dunque com’erano trascorsi i suoi anni; vedendoli a ritroso le sembrarono ben spesi, il suo tempo non era andato perso. Aveva lasciato traccia di sé, donando e prendendo amore dalle persone con cui aveva camminato.
Il suo unico, grande rimpianto era per quei giovani che tanti anni prima non era stata in grado di proteggere e la consapevolezza che la paura l’aveva resa involontaria complice dei carnefici. Se lei si fosse ribellata, se non avesse subito se… Chissà come sarebbe trascorsa la vita se… Ripensando a quei tempi lontani rivide il viso del suo uomo e quel senso di sicurezza e felicità che l’aveva accompagnata in quegl’anni la pervase.
Provò un fremito rivedendo il volto sorridente, sentendo la mano posarsi sulla spalla, e poi il braccio cingerla come aveva fatto tante volte.
Sorrise e si sentì permeata da una pace mai provata sino allora; si lasciò andare nel caldo abbraccio del suo uomo, col quale aveva passato brevi anni felici. La sabbia era passata completamente nell’altra ampolla: era ora di andare.Non era mai stato necessario suonare il campanello, al suo arrivo la nonna era già sulla porta di casa, pronta ad aprire il cancello per farlo entrare, bere insieme l’aperitivo, chiacchierare del più e del meno e poi uscire per andare al ristorante.
Cercò di fugare l’inquietudine che s’impossessò di lui non vedendola dietro i vetri della finestra; cercò di mantenersi calmo mentre apriva il cancello e percorreva i pochi passi verso la porta di casa d’un balzo, ma la mano tremava mentre cercava di aprire la porta.Mollemente abbandonata sul divano, il capo appena piegato sulla spalla, le mani in grembo, sembrava stesse dormendo ma Bruno capì che se n’era andata; la guardò come non l’aveva mai vista: minuta e fragile come non aveva mai pensato potesse essere quella donna energica, sempre pronta a ridere, spiegare, raccontare.
Alzando il ricevitore del telefono sentì le lacrime rotolare sul viso ed i singhiozzi ruppero il silenzio della casa.- Ciao Gustavo, sono Bruno. Sono dalla nonna. Se n’è andata… Sì, penso ieri, nel pomeriggio. Sorride, vedessi… sembra felice, come quando ci faceva giocare da piccoli.
Stava bene, ieri mi ha detto d’essere la più vecchia del paese, ed oggi … -
Non riuscì a proseguire, le lacrime gli serrarono la gola.
Dall’altro capo del telefono suo fratello disse qualche cosa e Bruno rispose:
- Passa a prendere mamma, io telefono agli altri. Ciao.
Fine
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