La tomba di Lorenzo
autore: Ivana Beati
§1
Doveva farlo… non poteva aspettare ancora
Dopo la morte del fratello, Manuel aveva strani incubi. Si rivedeva mentre nel salotto lo colpiva con un forte e ben assestato pugno sul viso e questi, cadendo, urtava il capo con un gelido tonfo contro il bordo del pesante tavolino di cristallo, che era appartenuto a suo nonno. Ora era immobile, riverso al suolo, ed era morto… morto.
Lo vedeva lì: rigido, supino, con gli occhi spalancati, accusatori e colpevoli insieme, che fissavano nel vuoto
Ora per Manuel la rabbia era cessata e al suo posto nasceva l’orrore, che cresceva con incredibile velocità.
“ Io, Manuel Edismi, un fratricida. Ho ucciso Lorenzo, mio fratello. Lorenzo! ” e, con quel nome ancora sulle labbra spalancate dal terrore, si svegliava di soprassalto con la fronte imperlata di sudore, come fossero le gocce di sangue schizzate via dal cranio di suo fratello. Poi si riaddormentava e, spesso, continuava il terribile incubo.
Lorenzo era ancora lì, steso sul pavimento, ma fulmineamente si rialzava e, barcollando, gli si avvicinava e lo guardava con uno sguardo allucinante ed accusatore, diabolico ed offeso. Era in piedi come se non fosse mai stato colpito… eppure doveva essere morto!
Poi Lorenzo lo colpiva, ma lui non sentiva dolore, avvertiva soltanto una nauseante sensazione viscida sul viso e, toccandosi la pelle, vedeva una liscia sostanza gelatinosa e appiccicosa sulle proprie dita, che parevano sporche di sangue.
Manuel osservava la mano destra del fratello e rabbrividiva nel sentire il viscido rumore del sangue che schizzava dalle dita di Lorenzo mentre lo colpiva, ma, ancora, niente dolore. Sentiva solamente il rumore di quelle carni che si maciullavano nel colpirlo.
“Lorenzo, la tua mano! Fermati, ti prego!”, ma lui non lo ascoltava. Lorenzo si scioglieva. Poteva solamente guardarlo, senza riuscire a fare nulla per lui, disgustato mentre quelle carni putrefatte si consumavano come corrose da un potente acido. Poi il silenzio.
Rimaneva lo scheletro che lo fissava e nelle fosse incavate dove un tempo vi erano due begli occhi azzurri s’intravedeva un bagliore. La luce della morte. Poi la stessa espressione che Lorenzo assumeva quando era soddisfatto di qualcosa.
Manuel aveva ucciso suo fratello, lo aveva visto resuscitare ed era stato preso a pugni da un cadavere, eppure dopo tutti questi strani avvenimenti la domanda che gli veniva in mente era la più inverosimile: come può quel teschio assumere la tipica espressione di Lorenzo?
Poi lo scheletro si avvicinava vacillando e, con un lento e solenne movimento, posava sulla sua spalla quella gelida, sottile, leggera mano – le sue ossa – e, non appena sfioratolo, la ritraeva e sussurrava malignamente: “ devi farlo questa notte, assassino!”
Da un sussurro la voce cavernosa, che rimbombava nell’oscuro salotto, diveniva, crescendo, un forte e stridulo grido, che non sembrava nemmeno più uscire dalla bocca, ma dalla gabbia toracica, dove un tempo era stato il cuore di Lorenzo: “ assassino!”
§2
Anche quella volta si svegliò.
“ Assassino!” era il grido che gli rombava ancora nella mente confusa. Manuel, con i nervi a fior di pelle, si rese conto di avere le lacrime agli occhi. Il sole stava sorgendo, erano le quattro e quaranta.
Doveva farlo la stessa notte.
Si asciugò pigramente gli occhi con il braccio e si alzò dal letto fradicio di sudore, imprecando per aver urtato il piede sinistro contro il posacenere, facendolo ribaltare.
Ripensò alla terribile notte appena trascorsa e a Lorenzo. Erano passati ben sette anni da allora… un lungo periodo di reclusione, eppure sognava ancora dell’incidente.
Finirò per impazzire, pensò, aprendo la finestra e respirando a pieni polmoni una boccata di quella tiepida aria mattutina.
Doveva farlo la stessa notte.
Fece una doccia fresca e pensò ancora una volta a Lorenzo, che lo perseguitava tutte le notti, quando il sole era calato dietro l’orizzonte da almeno tre ore e lui si addormentava: suo fratello gli rinfacciava le sue colpe, la sua giovane vita spezzata dall’ira di un momento. In quel lontano ed infausto pomeriggio del venticinque maggio 1989, Lorenzo aveva appena vent’anni.
“L’imputato Manuel Edismi è condannato a sette anni di reclusione per omicidio colposo…”. Quella sentenza gli echeggiava ancora nelle orecchie, confusa dallo scroscio dell’acqua fresca che gli scivolava sulla pelle. Nei suoi pensieri si susseguivano implacabili gli angosciosi ricordi di quei tristi anni e lui rabbrividì, forse non a causa della temperatura dell’acqua.
Richiuse in fretta il rubinetto della doccia e indossò l’accappatoio.
Si rese conto, mentre cercava gli indumenti meno sgualciti che potesse trovare nel caos del suo guardaroba, di desiderare fortemente un caffè, ammesso che ce ne fosse rimasto almeno un poco.
Non si accorse nemmeno, mentre si accingeva ad indossare i vecchi blue-jeans, di essersi di nuovo perso nei suoi confusi pensieri, evidentemente ancora scosso dall’incubo di poco prima.
Perché dopo sette anni sogno ancora di Lorenzo, come se tutto fosse accaduto ieri? Avevo soltanto diciotto anni quando accadde e fu un incidente, soltanto una maledetta disgrazia! Ho commesso uno sbaglio ed ho pagato con la prigionia, proprio io, che ho sempre amato tanto la libertà e l’indipendenza da andare via di casa in quello stesso anno.
Ho pagato con la perdita di mio fratello, la cui morte mi rende un uomo abbattuto dai rimorsi e dalle frustrazioni. E’ vero, io l’ho ucciso, ma gli volevo bene accidenti! Continuo a ripetermi che è stata solo una disgrazia, che, ormai, Lorenzo non c’è più, anche se credo che lui sia ancora vivo da qualche parte. Forse lo è solo dentro di me, nelle mie ossessioni, e allora è vero che sto diventando pazzo, perché più il tempo trascorre inesorabile e più mi convinco che per lui non è sufficiente la pena da me scontata in prigione per perdonarmi. Lui vuole da me qualcosa di diverso, magari di orribile, come tale è stata la sua morte violenta ed ingiusta. Vuole che io mi guadagni il suo perdono, ma come?
Improvvisamente gli sovvenne un ricordo che sciolse ogni dubbio.
“Ormai so quello che vuoi da me!”
Manuel si sorprese a parlare da solo ad alta voce. La convinzione che aveva circa la sua pazzia stava diventando sempre più ferma.
Gli tornò in mente che durante una delle tante notti trascorse all’aperto in riva al ruscello, mentre erano in campeggio con i genitori, Lorenzo gli aveva domandato quale fosse la sua più grande paura. Lui aveva risposto che non avrebbe mai voluto trovarsi solo in un cimitero di notte, perché la suggestione avrebbe potuto provocare, a lui come a chiunque, delle orribili sorprese. Lorenzo gli aveva rivelato che la sua più grande paura era la morte. Poi avevano iniziato a scherzare e da allora avevano dimenticato quell’episodio.
Ora Manuel lo aveva ricordato, non a caso. Era certo che Lorenzo avesse fatto in modo che quegli avvenimenti gli tornassero in mente per un preciso scopo: doveva farlo la stessa notte.
Doveva recarsi alla tomba di suo fratello dopo sette anni, di notte. Doveva andare per la prima volta a fargli visita. Lorenzo non avrebbe riposato in pace finché entrambi non avessero provato la loro maggiore paura. Manuel aveva fatto in modo che morisse, adesso doveva saldare il suo debito.
§3
In sette anni la tomba di Lorenzo era stata alquanto trascurata, poiché le uniche persone rimaste ancora in vita in quella famiglia erano i genitori di Manuel e una zia ormai settantenne, lontana dal suo paese natale, la quale non avrebbe mai affrontato duecento chilometri di viaggio per portare un fiore sulla tomba del figlio di una sorella con cui non era mai andata d’accordo.
Se Manuel avesse potuto vedere i suoi genitori, si sarebbe reso conto di come fossero invecchiati in soli sette anni. Non sapeva che suo padre, tutte le sere, seduto dietro il nero tavolino di legno del suo piccolo studio, fosse ancora distrutto dal dolore per la perdita del suo primogenito tanto amato e, contemporaneamente, si torturasse per la vergogna di avere un altro figlio rinchiuso da anni dentro una squallida prigione della capitale. Sua madre, di nascosto, piangeva tutte le sue lacrime, abbattuta nel corpo e nello spirito dalla vecchiaia e da tutte le disgrazie accadutele nel corso della sua infelice vita: da quando Manuel era partito per rincorrere una libertà mai raggiunta e Lorenzo lo aveva invano pregato di tornare per amore dei suoi genitori (perdendo anche la vita in quel tragico incidente), aveva avuto molto tempo libero per tormentarsi l’anima ripensando a tutte le sue sciagure.
La vecchia caffettiera iniziò a rumoreggiare. Manuel si versò il caffè, che sembrava essere molto leggero.
Doveva tentare la sua ultima possibilità di trovare la pace. Non erano bastati sette anni di prigione, l’umiliazione della notizia che si era diffusa velocemente, facendo variare i soliti e banali argomenti di discussione di quei noiosi sabato pomeriggio di paese, e tanti altri piccoli tentativi per raggiungere un sonno tranquillo, come quei forti sonniferi che, al risveglio, lo facevano sentire spossato e stanco, depresso e istupidito per tutto l’arco della maledetta giornata. No, non erano stati sufficienti.
Lui voleva di più… doveva farlo la stessa notte.
Ad un tratto Manuel si ribellò: perché non tentare una normale visita di giorno, come tutti facevano per i loro morti?
Aveva ancora due possibilità: raggiungere la tomba di Lorenzo entro il pomeriggio, oppure, se i suoi incubi non fossero cessati, nella notte successiva. Eppure, soltanto il pensiero che c’era ancora la possibilità di avere un altro di quei terribili sogni lo fece rabbrividire, perché nonostante sapesse che l’incubo era sempre lo stesso e le vicende si susseguivano, ormai, meccanicamente, il suo terrore era sempre diverso, aumentando di volta in volta…
Una debole voce proveniente dai meandri più reconditi della sua mente ripeteva che doveva farlo la stessa notte.
Un lampo improvviso gli balenò nella testa: proveniva davvero dalla sua mente quella voce? Ma non voleva badare a questo, forse per codardia, o per non escludere la possibilità di andare di giorno, che a lui faceva sicuramente più comodo dell’altra. Si, lui preferiva il giorno alla notte.
Con tutti questi tristi pensieri e ricordi aggrovigliati, che gli si erano affacciati alla mente, Manuel guardò il grande orologio nero appeso al muro della cucina della casa di suo nonno, dove sette anni prima era venuto ad abitare per raggiungere quel grado di libertà che nel suo paese nativo non aveva mai avuto a soli diciotto anni. Erano già le sette.
Fin da bambino vivere solo in una grande città era sempre stata la sua ambizione; finiti gli studi aveva cercato un lavoro a Roma, trovando un posto come apprendista in un negozio di articoli sportivi. Il salario era ben poco, ma quanto bastava per cominciare. Lui amava l’indipendenza.
Ma amavi anche tuo fratello!
Una voce improvvisa, proveniente dalla sua testa, parlò. Questa era la parte di lui che più odiava e che cercava di sopprimere ogni qualvolta dialogava con se stesso, come spesso gli accadeva.
Quella parte ribelle di sé, che fino a quel momento non aveva mai preso la parola, ora si era scatenata, liberandosi prepotentemente, in modo violento, toccando un tasto molto dolente per Manuel, che fu tanto sorpreso da sobbalzare. Quella voce lo costrinse, pronunciandosi per una sola volta e così alla svelta, a smettere di pensare e ad alzarsi da quella maledetta sedia sulla quale, ormai, tutte le mattine richiamava alla mente i suoi spiacevoli ricordi.
§4
Manuel sorseggiò lentamente il suo caffè, poi uscì per schiarirsi le idee, abbandonando sul tavolino la tazzina ancora piena per metà, che completava il quadro di disordine tipico di una casa dove vive un uomo da solo.
Durante il primo mese trascorso fuori dal carcere non aveva nemmeno pensato a cercare una compagnia femminile.
Quale povera creatura esistente su questo pianeta avrebbe trascorso anche solo una notte con un pazzo che dopo essersi addormentato grida a squarciagola a causa dei suoi incubi, come un licantropo inferocito?
Al pensiero del licantropo, Manuel sorrise debolmente.
Ripensandoci bene la verità secondo lui era un’altra, ossia: “Quale donna si sarebbe potuta innamorare di un assassino che aveva appena finito di scontare la pena per aver ucciso suo fratello e che ora si trovava senza un lavoro e senza speranza?”
Poche erano state le storie della sua vita.
Della prima aveva ancora quel tenero ricordo di quando aveva quattordici anni, età in cui il rapporto con l’altro sesso altro non è che un casto e sincero affetto verso la compagna, senza quegli squallidi secondi fini che, invece, nascono durante la piena adolescenza, quando si cerca di ottenere la popolarità fra gli amici frequentando quante più ragazze possibili. In questo periodo aveva avuto un’altra ragazza di cui non ricordava più neppure il nome. Sul conto di questa, che aveva una pessima reputazione in paese, correvano voci circa la sua eccessiva leggerezza, infatti era frivola, maliziosa e distratta, e lui approfittò della situazione per sperimentare se erano effettivamente vere quelle voci, consumando così le sue prime esperienze sessuali.
Gli anni volarono via veloci e Manuel, terminati gli studi, partì per Roma, contro la volontà di tutti.
Durante quel breve periodo durato nove mesi che visse nella capitale, prima di alloggiare per sette lunghi anni nelle sue prigioni, conobbe Laura.
Al pensiero di lei Manuel fece una smorfia di dolore, fermandosi a guardare i treni che partivano tra mille suoni e forti rumori - non tali, però, da distrarlo dai suoi profondi pensieri - e la gente che camminava frettolosa e indifferente, ignara dei suoi problemi, della sua paura e della sua depressione.
Laura era così bella e dolce! Era proprio il tipo di donna che aveva sempre sognato. Soprattutto, era nata e vissuta a Roma e questo lo affascinava moltissimo, essendo un ragazzo di paese.
Ricordava ancora quando la conobbe nel negozio in cui lavorava: il rapporto di sincero affetto e amicizia che si era venuto a creare durante le prime settimane trascorse con lei, si trasformò presto in un sentimento ben più grande, l’amore.
Amava parlare con lei per ore, scoprire che aveva paura del buio e consolarla quando si sfogava con lui dopo aver discusso con i suoi genitori, i quali avevano un carattere piuttosto difficile. Quei mesi furono meravigliosi.
Poi quel tragico e maledetto incidente, la condanna e la successiva lunga reclusione, che furono la rovina della sua vita. Prima le brevi visite, poi le lunghe e frequenti lettere della ragazza quando i suoi genitori le vietarono di andare da lui, cariche di promesse e di speranza, che ogni settimana gli venivano spedite con affetto e costanza. Infine lei sparì, la posta arrivò sempre più di rado ed erano solo poche e formali parole per augurargli buon compleanno. Nell’ultima lettera che ricevette, Laura lo abbandonava al suo destino, scrivendo che non era lei a trovarsi in carcere e che non sopportava più il pensiero dell’uomo che amava dentro quello squallido luogo disgraziato. Insomma, un addio.
Certamente durante quei mesi senza di lui le era accaduto qualcosa, o aveva incontrato qualcun altro, ma, quel che conta, è che Laura era cambiata.
Manuel aveva pensato anche di cercarla, ora che non si trovava più in quello “squallido luogo disgraziato”, come lei aveva scritto, ma Laura aveva la sua stessa età, e una donna come lei, a venticinque anni suonati, sicuramente aveva già trovato l’uomo della sua vita, e, magari, aveva già dei figli. Rivederlo, forse, non l’avrebbe turbata affatto, oppure l’avrebbe fatta soffrire e lui non voleva farle del male, nonostante lei gliene avesse fatto tanto. In fondo riusciva a comprendere quella sua triste scelta, e poi Laura non gli aveva dato solo dolore, anzi, lui le doveva molto e dentro di sé l’aveva già perdonata.
Rivederla avrebbe significato correre incontro ad una realtà sicuramente molto triste, che avrebbe potuto ucciderlo davvero.
Manuel pensò amareggiato, ma rassegnato, questa volta non ad alta voce. Quella storia d’amore significava molto per me, ma ora non posso più pensare a queste cose, perché devo occuparmi di un’altra faccenda: Lorenzo.
Si guardò attorno e realizzò che si trovava alla stazione.
Fra tanti posti dove si può passeggiare proprio qui dovevo venire? Si alterò con se stesso, perché la paura aveva ripreso a serpeggiare nella sua mente alla strana idea – davvero tanto strana? - che non per caso si trovava lì, ma vi era stato condotto per volere del destino – o di Lorenzo? – ad un preciso scopo, e lui sapeva bene quale fosse.
Vincendo le sue continue paure, si decise: sarebbe partito per il suo paese in provincia di Benevento entro poche ore, in modo da arrivare al cimitero dove si trovava la tomba di Lorenzo nel pomeriggio.
Scacciando ogni dubbio si diresse verso il cartellone che mostrava le partenze dei treni. Diede una veloce occhiata e, altrettanto rapidamente, si precipitò a comprare il biglietto d’andata per Benevento. Il suo treno sarebbe partito alle tredici e venticinque; aveva tutto il tempo per tornare a casa, preparare una piccola valigia dove riporre poche cose, andare a comprare delle pile per la sua torcia elettrica (sperando di non dover mai utilizzarle), quindi ritornare alla stazione e partire.
Aveva giurato a se stesso che se quell’incubo fosse finito e Lorenzo lo avesse lasciato in pace – come riecheggiava in modo strano nella sua mente quella parola! – sarebbe tornato a trovare i suoi genitori, che così poche volte aveva veduto durante quei lunghi sette anni di reclusione.
Tornò a casa.
Quando la chiave girò nella serratura della massiccia porta blindata, questa, aprendosi, produsse un suono acuto e fastidioso, come per rimproverare a Manuel la lunga assenza dalla sua casa durante quegli anni.
In cucina il grande orologio nero segnava le nove e quarantacinque.
§5
In cielo le nubi viaggiavano velocemente, ricoprendo il pallido azzurro di uno strato grigio perla, ma il tempo non prometteva pioggia, anzi, quel luglio del 1996 stava trascorrendo sempre più soffocante ed afoso.
I clienti entravano con aria annoiata, discutevano del più e del meno consumando il solito caffè, pagavano ed uscivano; il tutto quasi meccanicamente. Ognuno aveva la propria vita, con i suoi problemi, le sue speranze e le delusioni, i suoi sorrisi e le sue lacrime, e Laura ne aveva versate tante…Aveva preso a lavorare in quel grande bar della piazza poco distante da casa sua circa quattro anni prima e, seppure era un ampio locale elegante e pulito, quell’ambiente la deprimeva incredibilmente. Dopo i tanti sacrifici che aveva compiuto per terminare con successo gli studi quel posto di lavoro non era certo la sua massima aspirazione. Ogni qualvolta si voltava per preparare un caffè all’ennesimo cliente della giornata vedeva la sua immagine riflessa nello specchio alle sue spalle, dietro il bancone, e attraverso quei grandi occhi scuri traspariva tutta la sua infelicità. Era triste per la precaria situazione economica che, così giovane com’era, già si trovava ad affrontare; era afflitta a causa del recente aborto spontaneo che psicologicamente non aveva ancora accettato; era delusa per le continue, brusche discussioni che aveva avuto con i suoi genitori a causa del loro difficile carattere: circa quattro anni prima l’avevano costretta a lasciare il ragazzo che amava poiché, a motivo d’incidente, era stato arrestato, processato e condannato a sette anni di reclusione. Era una vergogna, a loro avviso, che la loro unica figlia frequentasse soggetti simili… chissà cosa avrebbero commentato le compagne del tè delle diciassette in punto di sua madre! Dopo aspri confronti l’avevano minacciata di cacciarla fuori di casa – magari l’avessero fatto! – e lei, che non aveva alcun altro posto dove andare ed era sempre stata piuttosto arrendevole, aveva ceduto.Quasi per ripicca e senza mai essere riuscita a confessare il vero motivo di quell’addio al giovane, Laura si era sposata dopo pochissimo tempo con Nicola, il primo uomo che le era capitato di conoscere, solo per fuggire da casa sua e non rivedere più i suoi genitori. Non era certo un avvocato, avrebbe detto sua madre, ma almeno non era un galeotto!Da allora aveva troncato ogni rapporto, aveva rifiutato ogni aiuto economico da parte loro e si era finalmente resa conto di aver sbagliato tutto: avrebbe dovuto prendere il coraggio a due mani e ribellarsi quattro anni prima a quelle stupide sentenze, ormai era troppo tardi. Il vero male non lo aveva fatto a loro, ma, anzitutto, a sé stessa, bruciando così in fretta e con dei sentimenti così falsi e sbagliati le più belle tappe della sua vita.
Ora si ritrovava già sposata da tre anni con un marito che non amava e con un figlio che non era mai nato.
Ripensando a Manuel, Laura ricordò i mille momenti indimenticabili trascorsi con lui e le venne voglia di piangere: ormai la pena era stata scontata e i sette anni erano trascorsi; da un mese il giovane era sicuramente in libertà… chissà se era tornato a casa sua, oppure dai genitori a Benevento. Manuel sembrava fatto apposta per lei, di lui aveva amato ogni virtù e ogni difetto. Era dolce e spontaneo, simpatico ed altruista, era tutto per lei.
Le tornò in mente quel giorno in cui si scambiarono la bizzarra promessa di dare ai loro figli, semmai ne avessero avuti, i propri nomi. Le piaceva l’idea di avere un bambino che si chiamasse come suo padre.Si rese conto di quanto le mancassero quelle lunghe e piacevoli passeggiate nel parco di villa Borghese o sulla spiaggia di sera, le mille battute e le risate a gran voce, quei meravigliosi momenti di tenerezza ed intimità. Aveva ancora bisogno di quelle intense emozioni. Aveva ancora bisogno di lui, che era diventato per lei quasi un ideale, un mito irraggiungibile, astratto, ma reale.
Suo marito era all’oscuro di tutta questa faccenda. Lui l’amava, si dedicava a lei con tutta la dedizione e l’affetto di cui era capace e lei, per vigliaccheria, non aveva mai trovato la forza di confessargli il grande rimpianto che le attanagliava l’anima.Quante notti aveva trascorso accanto a Nicola fingendo di dormire e, rincantucciata, piangeva tutte le sue lacrime, pensando ai tempi felici trascorsi col ragazzo che aveva amato più di tutta la sua vita e che non era mai riuscita a dimenticare!
Voleva evitare di abbandonarsi a quei malinconici ricordi durante il lavoro, perché sapeva che avrebbe pianto. E così fu.
“Laura, ti senti bene? Vuoi fare una pausa?”Marina, proprietaria del bar, la trattava sempre con ogni premura perché aveva capito che la ragazza stava trascorrendo un periodo nero. La invitò a riposare per alcuni minuti.“Grazie, Marina, non ho parole per scusarmi. Ti sto creando un’infinità di seccature comportandomi così…”La donna sorrise e le accarezzò dolcemente il capo con fare materno, cercando di sdrammatizzare. “Non preoccuparti, capita a tutti di passare qualche brutto momento. Asciugati gli occhi e, magari, pulisciti quell’alone di mascara dalla faccia! Vedrai che anche questa volta ti passerà.” Laura la guardò negli occhi e le sorrise debolmente: desiderava tanto che fosse così!§6
Il treno correva veloce mentre Manuel guardava distrattamente gli alberi e le case che sparivano dietro il finestrino del suo scompartimento.
Di fronte a lui sedevano una giovane donna bruna con un bambino che aveva una piccola voglia di tartufo sul naso, probabilmente suo figlio, i quali non facevano che chiacchierare.
Erano le quattordici e dieci.
“Christian, hai fame?” La donna guardò il piccolo teneramente, offrendogli un pezzo di pizza. Quel bimbo non aveva di certo più di sei anni, eppure si esprimeva in perfetto italiano. A volte storpiava qualche vocabolo ed il risultato era del tutto comico.Manuel, pur senza guardarlo, lo stava ascoltando con piacere, dimenticando per pochi istanti la ragione di quel suo viaggio. Ripensò ai giorni in cui era solo un bambino spensierato. Ricordò le partite di pallone giocate per la strada, prima che inaugurassero il nuovo campo di calcetto.
Il treno entrò improvvisamente in una galleria, facendolo tornare bruscamente alla realtà.
Ormai aveva deciso: entro un paio d’ore sarebbe giunto alla stazione di Benevento; da lì sarebbe arrivato a Paduli, suo paese natale, con una corriera o persino con l’autostop, se fosse stato necessario. Quindi si sarebbe diretto subito al cimitero, senza neppure far visita ai suoi genitori.Cosa potrebbero pensare i miei vedendomi in questo stato, con questa faccia e, soprattutto, con queste mani, con le quali ho assassinato Lorenzo? Sono anni che di loro non ricevo più alcuna notizia e chissà ora come staranno. Che cosa diranno rivedendomi? Ricorderanno solamente la disperazione e la vergogna per la morte di mio fratello non appena varcherò la soglia, sempre che mi facciano entrare!
Era amareggiato dalla nostalgia dei suoi genitori, dallo sguardo spento e distante che aveva suo padre quel giorno che lo vide, quando venne a fargli visita, per l’ultima volta. Era pentito di avergli gridato in faccia di non volerli più vedere, di non considerarlo più come loro figlio.Tormentato dai rimorsi, capì che adesso la cosa più importante era giungere in fretta alla tomba di Lorenzo, prima che facesse buio.
Perché mai avrebbe dovuto necessariamente recarsi lì di notte, respirando quell’aria carica di pace e di morte?Pace e morte. Solo adesso riusciva a comprendere quanta poca differenza potesse correre tra quelle due parole.
“La vera pace si raggiunge soltanto con la morte, Manuel”, queste furono le parole che una sera suo fratello gli disse. Adesso ricordava veramente tutto. Solo così avrebbe ottenuto il perdono. Ma lui non voleva morire… doveva esserci un’altra via d’uscita!Manuel si sforzò di ricordare ogni frase, ogni momento trascorso con Lorenzo che avesse potuto suggerirgli, se c’erano, altre soluzioni per placare l’ira del fratello defunto.Immagini, colori, suoni. Come un libro trascurato e coperto dalla polvere formatasi con il trascorrere degli anni che viene, poi, riaperto, così la sua mente ritrovava le vicende legate alla sua infanzia, ai giorni trascorsi prima di partire per Roma. Ripercorse tutti i momenti salienti della sua vita, ma niente riusciva a suggerirgli una soluzione.
Possibile che sia proprio questo ciò che devo fare? Non può esserci un altra strada?
Angosciato, Manuel cadde in un sonno profondo e senza sogni.
Il treno si fermò, la stazione era quella di Benevento. Scese, mentre avvertiva i battiti del suo cuore accelerare ad ogni passo. Si informò sull’orario di partenza della prima corriera per Paduli. Era fissato per le diciotto e trenta, dal momento che c’erano poche corse disponibili a causa di un ennesimo sciopero.Aveva fame e il suo primo pensiero fu di fermarsi a mangiare un panino.
Si recò al bar più vicino e si avvicinò al bancone. Ordinò un panino con prosciutto e formaggio. Era quello preferito da Lorenzo.
Il barista, un uomo sulla cinquantina con i capelli brizzolati, glielo porse.
“Desidera qualcosa da bere?”Manuel lo guardò con occhi spiritati e sibilò: “Devo farlo questa notte!” “Cosa desidera, prego?” L’uomo l’osservò incuriosito. Era intimidito dalla strana espressione e dalla voce del giovane cliente, che improvvisamente parve risvegliarsi dallo stato di delirio in cui era caduto.“Ho chiesto un’acqua tonica, grazie”.Solo allora Manuel si rese conto di come il suo inconscio avesse preso il sopravvento sul suo io razionale. Impallidì.
Pagò quanto aveva ordinato.
Ad un tratto i suoi occhi si posarono sul calendario alle spalle del barista. Era sabato, tredici di luglio. Rimase impietrito, mentre un brivido gli percorse tutta la schiena. Tredici luglio 1968. La data di nascita di Lorenzo.
Doveva farlo la stessa notte…Nella sua mente nulla era stato più chiaro prima d’ora: Lorenzo voleva che lui si recasse alla sua tomba proprio quel giorno, e di notte!“Certo, fratello caro, ti farò questo maledetto regalo, ma verrò quando c’è ancora la luce. Nulla mi farà cambiare idea, nemmeno tu con questa tua persecuzione!”Si ritrovò a parlare da solo, ad alta voce, per l’ennesima volta.Il barista lo osservò sconcertato. Manuel se ne accorse.
Sto impazzendo, pensò tra sé amareggiato.
Vennero in fretta le diciotto e trenta. La corriera partì con sei minuti di ritardo e Manuel ne fu contento. Dentro di lui un vortice di sentimenti contrastanti lo struggeva: sarebbe voluto tornare a casa, ora che c’era quasi, non se la sentiva di continuare e ad ogni metro che il mezzo percorreva accresceva la sua paura. Si sentiva sempre più confuso. Sapeva, però, d’altro canto, che prima sarebbe giunto lì e più in fretta sarebbe cessato quell’incubo durato settimane.
§7
Ore venti e trenta.
Dopo un’estenuante camminata lungo la desolata stradina che conduceva al cimitero, Manuel si fermò. Si guardò attorno, cercando un modo per oltrepassare i cancelli. Vide un’altura poco distante: da lì sarebbe stato più semplice saltare il muro di recinzione, che s’interrompeva accanto alla parete laterale di una chiesa. Lasciò il suo zaino nascosto dietro la fontanella davanti all’ingresso e si arrampicò, badando di non essere scorto da nessuno. Se fosse passata anche solo un’automobile in quel momento avrebbe dovuto sicuramente fornire qualche spiegazione circa la sua singolare, umiliante impresa.Giunto in cima rischiò di scivolare giù, ma si aggrappò fulmineamente ad un arbusto, strappandosi al pericolo di una probabile frattura.
Oltrepassò agilmente il muro di recinzione, poi scivolò goffamente perdendo l’equilibrio non appena poggiò i piedi a terra. Tornare indietro da qui sarebbe stato più difficile.La luce diminuiva, il tramonto era imminente. Stava tremando come una foglia.
All’interno del cimitero, vicino alla parete della chiesa, Manuel colse una rosa quasi appassita. Girò attorno alla piccola costruzione. Forse quella zona dell’edificio era abbandonata, mentre in quella che dava all’esterno, dove c’era un altro ingresso, probabilmente, si celebravano ancora le funzioni. Da bambino era passato molte volte davanti a quell’entrata, che ora gli sembrava distante anni luce, oltre il muro. Era entrato solo una volta in quel cimitero prima di allora, ma non aveva notato quel secondo, piccolo ingresso laterale.Si avvicinò all’apertura, dove s’intravedevano dei lumi posti sulle pareti che illuminavano una scala, la quale conduceva, forse, ad una cripta.Non desiderava entrarci.
Inoltrandosi nel cimitero, vide le prime tombe assumere un aspetto sinistro; il contrasto che si era venuto a creare con la freddezza di quelle sepolture nella calda luce crepuscolare rendeva lo scenario ancor più suggestivo.
Aggirandosi tra le croci e le lapidi allineate al suolo, sperò che la tomba di Lorenzo non si trovasse qui.
Nauseato dal forte odore dei fiori, procedette, dirigendosi verso quelli che da bambino chiamava “i grattacieli dei morti”. I loculi, allineati a dozzine, presentavano molti nomi diversi di uomini, donne, giovani, anziani e di fratelli.Era agitato e confuso. Avanzò con cautela, esaminando ora le diverse fotografie, ora i nomi scritti sulle lastre di marmo. Svoltò, pallido, e continuò a camminare. Si accorse che i lumi posti vicino alle pietre tombali apparivano più intensi… stava facendo buio.Ad un tratto si fermò. Per un istante due occhi conosciuti lo avevano osservato. Udì un suono in tutto simile ad un sospiro.
Sarà l’immaginazione, pensò atterrito. Fece un passo indietro, laddove aveva visto la fotografia che ritraeva un giovane dagli occhi azzurri e l’espressione triste. Lo riconobbe.“Lorenzo!” gridò emozionato e sconvolto, “finalmente ti ho trovato”. Così dicendo, rimase a contemplare l’immagine di colui che era stato suo fratello, compagno d’infanzia e amico. Lo rivide urtare violentemente il capo contro lo spigolo di quel pesante tavolino di cristallo. Udì perfettamente il tonfo gelido del suo cranio.Manuel pianse con tutta la disperazione che potesse albergare nell’animo di un uomo distrutto emotivamente. Dilaniato dai rimorsi, sussurrò: “Mi dispiace”, inserendo la rosa nella vaschetta vicino al lume.Rimase a fissare la fotografia, completamente catturato dai suoi pensieri, senza accorgersi dello scorrere del tempo. Quando a stento riuscì a vedere l’ora, si accorse che erano le ventuno e trentadue minuti. Il sole era ormai tramontato e non c’era che un misero spicchio di luna ad illuminare debolmente l’oscurità di quel luogo.All’improvviso percepì un mormorio che sembrava provenire da uno dei corridoi bui dietro di lui. Impietrito, si rese conto di non riuscire a muovere nemmeno un dito. Cercò di non pensare a niente, ignorando quei fruscii sinistri e trascurando anche il pensiero del luogo in cui si trovava.Riuscì, infine, ad alzarsi e lo fece velocemente, dimenticando le lacrime, l’incidente e suo fratello. L’unico interrogativo che lo perseguitava in quel momento era il più ovvio: Lorenzo lo aveva perdonato? Tutto ciò che aveva fatto quella sera si sarebbe rivelato vano?Non starò qui un secondo di più, disse a se stesso, allontanandosi rapidamente. Sapeva che non doveva farsi prendere dal panico.
Si era levata una brezza leggera. Sentì un grido smorzato, poi dei brusii, infine una stridula risata. Non sapeva se tutto ciò provenisse dalla sua testa o ci fosse davvero, l’unica cosa di cui era certo in quel momento era che doveva andarsene al più presto.E’ solo la tua immaginazione, Manuel, mantieni il controllo! Una parte di sé, perfettamente lucida, lo stava rassicurando.Corse disperatamente e tutto ciò che riuscì a vedere era lo scorrere dei lumicini accanto alle tombe che parevano tutte uguali, perfettamente allineate, nemiche e silenziose complici di quel luogo desolato. Avvertì un debole rumore di passi dietro di lui.
E’ solamente il vento, pensò quasi ad alta voce.Affannato, intravide la chiesa vicino all’altura da cui era entrato. Era illuminata debolmente, ma si distingueva dal resto del luogo.Gli passò di lato, rasentando il passaggio scuro che aveva visto entrando nel cimitero, dove c’erano i lumi allineati sulle pareti. Non doveva perdere l’orientamento, ora che ricordava di essere passato da questa parte. Cercò con lo sguardo l’altura e il muro di recinzione che aveva saltato circa un’ora prima.Lentamente, una luce azzurra, fredda, evanescente si sprigionò da qualche parte all’interno della costruzione. Manuel sgranò gli occhi. Non riusciva a credere che la suggestione potesse provocare visioni così reali. Era affascinato e, insieme, terrorizzato da quel riflesso, che sembrava provenire dalla piccola scalinata posta a destra nell’androne, che appariva buio dietro l’apertura, a dispetto dei lumi.Ammirando ipnotizzato quel barlume e dimentico del desiderio di uscire dal cimitero, attraversò l’apertura. I suoi occhi si erano, ormai, abituati all’oscurità, che sembrava ingoiare il chiarore delle piccole lanterne.Si diresse verso la cripta. Ogni gradino che scendeva lo avvicinava a quel fantasmagorico riflesso azzurro e le sue gambe sembravano sempre più pesanti e dotate di volontà propria. Terminati i gradini, Manuel entrò nella cripta. Nell’istante stesso in cui vi mise piede, la luce si dissolse, lasciandolo immerso nelle tenebre. Destandosi da quello stato di inspiegabile ipnosi, rimase impietrito, rendendosi conto di non ricordare più dove fosse. Si voltò ed inciampò sui gradini. Rialzandosi, iniziò a correre alla cieca, fino a tornare nell’ingresso. Per cercare il varco di uscita, per poco non cadde dentro una profonda fossa aperta nel pavimento, da cui si intravedevano alcune ossa. Era sicuro che non ci fosse quando era entrato. I lumi allineati sulle pareti erano spenti e fece difficoltà a trovare l’apertura verso l’esterno di quel luogo maledetto. Faceva freddo. Avvertì una presenza avvicinarsi lentamente a lui nell’istante in cui guadagnò l’uscita. Era stato sfiorato da qualcosa, o da qualcuno.Senza sapere neppure come, sfinito, giunse sull’altura e vi si arrampicò, aggrappandosi ad alcuni arbusti spogli, che parevano dita informi e scheletriche. Scavalcò il muro e si ferì tre dita della mano destra. Non se ne curò. Raccolse lo zaino dietro la fontanella e corse quanto più poté, fino a raggiungere la fermata della corriera per Benevento.Sperò che il pullman arrivasse presto. Era solo ed aveva paura.
Fu fortunato, perché giunse dopo due minuti, ed era l’ultima corsa della giornata. Salì alla svelta, fra i curiosi sguardi degli altri passeggeri.
§8
Era finita, forse.
Sorridendo, guardava le luci dei lampioni scorrere lentamente.
Era quasi buio quando sono arrivato e sono andato via che era, ormai, notte. Esattamente ciò che volevi, Lorenzo. Sono stato al cimitero di sera. Adesso la smetterai con questa squallida persecuzione!
Ad un tratto lesse l’insegna di un hotel in un edificio che si affacciava sulla strada statale. Nonostante fosse cresciuto in quei luoghi, non lo aveva mai notato prima.Si avvicinò al conducente. “Mi scusi”, gli disse, “è molto distante la prossima fermata?”L’uomo annuì, lo guardò rapidamente, poi si concentrò sulla guida e gli chiese: “Si sente male?”“Non abito più da queste parti. Sto cercando un albergo dove passare la notte. Non mi sento molto bene, ne ho visto uno e volevo sapere se dovevo camminare molto, una volta sceso, per raggiungerlo”.A quelle parole il conducente esitò, restando un attimo in silenzio, poi ebbe compassione per quel ragazzo vagabondo.
Fermò la corriera e gli disse: “Non vi sono alberghi, qui, oltre a quello che ha visto e manca un’ora e più prima di arrivare a Benevento. Vada”. Manuel lo guardò riconoscente e, preso lo zaino, scese.
L’albergo non doveva essere lontano più di sei o settecento metri e lui sentiva giusto il bisogno di camminare e riordinare le idee. Avrebbe passato lì il resto della notte. L’albergo non era molto lontano dal piazzale del cimitero. S’incamminò.
§9
Lorenzo era ai suoi piedi. Aveva gli occhi spalancati, iniettati di sangue e senza vita. Poi sembrò evaporare: il suo corpo si consumava, emanando un vapore caldo e maleodorante.
“Quel fetore nauseante e maledetto che sprigionano i fiori del cimitero!” pensò Manuel, chiudendo gli occhi. Aveva i conati di vomito.Quando li riaprì Lorenzo era finalmente svanito. Restava solamente una chiazza gelatinosa sul pavimento. Sospirò.
Sentì qualcosa posarsi sulla sua spalla. Erano dita fredde e scheletriche. Manuel gridò a squarcia gola. Le ossa di Lorenzo lo guardavano come se ognuna avesse avuto un paio d’occhi. Erano occhi blu.“Assassino!” sibilò quel teschio raccapricciante, “sei ancora in tempo per riscattarti, ma devi fare in fretta, sudicio, viscido verme. Corri, Cenerentola, devi farlo prima di mezzanotte!” Poi una risata cavernosa. Manuel si svegliò di soprassalto madido di sudore. Aveva paura di richiudere gli occhi, si sentiva la spalla intorpidita e l’agitazione lo costringeva a respirare affannosamente e a lamentarsi.Voleva farla finita. Guardò l’orologio ed impallidì: erano le ventitre e cinque. Realizzò che si trovava nella spoglia camera di un piccolo albergo non lontano dal cimitero. In un attimo rivide tutti gli avvenimenti accadutigli nel pomeriggio e sospirò nauseato.Si alzò in fretta dal letto, s’infilò i blue jeans, le vecchie Nike ed aprì il suo zaino, traendone la torcia elettrica. Aveva sperato di non doverla mai utilizzare, ma non era andata così. In breve uscì, assonnato e con i capelli arruffati, che ancora barcollava.Scese tranquillamente le malmesse scale di legno che conducevano al piano inferiore del vecchio albergo, dove c’era l’atrio, fingendo di essere tranquillo, per non destare sospetti e perdere tempo prezioso. Ad ogni suo passo i gradini emettevano un rumore sordo ed inquietante, che riempiva il cupo silenzio dell’ambiente circostante.Giunto lentamente nell’atrio, notò che l’anziano signore, il quale, circa un’ora prima, gli aveva affidato le chiavi della spoglia camera singola dove aveva sognato ancora di Lorenzo, s’era assopito, evidentemente stanco. Non si accorse affatto della presenza di Manuel.Era incredibile: quel dannato vecchio dormiva tranquillamente! La verità era che lui nutriva un forte astio, ormai, per coloro che riuscivano a dormire in pace.
Svoltò l’angolo e iniziò a correre lungo la via che lo avrebbe condotto al cimitero, distante da lì quasi tre chilometri. Si fermò in una sola occasione per riprendere fiato e l’ultima volta che vide l’ora erano le ventitre e quarantasette: riusciva a distinguere le deboli luci del piazzale innanzi al cimitero, anche se molto lontane e sfocate. Corse come mai aveva fatto nella sua vita.Quando giunse in prossimità dell’altura adiacente la parete laterale della vecchia chiesa quasi non riusciva a respirare, a causa della corsa estenuante. Premette il pulsante di accensione della torcia elettrica e per un istante che parve un secolo, temette di essersi dimenticato delle pile, perché questa esitò ad accendersi. Poi si liberò un forte fascio di luce, che illuminò l’ambiente circostante. Malgrado le tre dita della mano destra avessero ricominciato a sanguinare e a pulsare, si arrampicò, tenendo la torcia accesa tra i denti e, senza altri incidenti, ricadde pesantemente dall’altra parte. Avanzò rapidamente rasentando l’oscuro passaggio da cui, poche ore prima, si era sprigionato quel bagliore che, ancora adesso, non aveva ben chiaro se si fosse trattato di realtà o immaginazione. Ebbe cura di non illuminare l’interno e di proseguire.La notte era buia, ma fortunatamente la torcia elettrica funzionava bene. Quello spicchio di luna che aveva visto poche ore prima era scomparso.
Non appena, addentrandosi, percepì l’odore disgustoso dei fiori in putrefazione del cimitero fu invaso da una forte nausea, poi sopraggiunse la paura nel rendersi conto dell’assurdità della situazione e del luogo in cui si trovava. Adesso sapeva di essere pazzo, ne aveva la certezza. Si trovò a ridere forte. Col crescere del terrore aumentavano le sue risa.Ad un tratto gli parve di udire un lieve lamento provenire dalle tenebre innanzi a lui. Soltanto allora smise di ridere. Sapeva bene che non doveva farsi prendere dal panico, perché i vivi erano più temibili di quanto potessero esserlo i morti. La sua era unicamente suggestione, era angoscia, paura, era… Improvvisamente si levò un suono spettrale, indistinto, che spezzò il silenzio circostante, annullando gli ultimi, deboli residui della sua integrità mentale.
Continuò ad avanzare con un lieve sorriso sulle labbra, ignorando i piccoli crepitii ed i mille rumori sinistri che provenivano da ogni parte.
Quell’odore ripugnante dei fiori, che si trovavano ovunque, gli saliva nelle narici mentre si aggirava svelto tra le spoglie croci piantate al suolo. La fretta di giungere alla tomba di Lorenzo per porre fine a quell’incubo era, ora, maggiore della paura di trovarsi in quel luogo, più grande persino del timore della morte. La morte, quel fenomeno misterioso descritto da qualcuno come uno scheletro dall’aria truce, vestito di un manto nero, con una falce, e da qualcun altro, poeta e sognatore, come una bella dama senza pietà. La morte avrebbe potuto far cessare ogni sua angoscia. Per un istante Manuel pensò seriamente al suicidio, ma rinunciò a questa opportunità quasi subito: quale individuo sano di mente avrebbe preferito l’ignoto, inevitabile conseguenza del trapasso, a tutto ciò che è noto, tangibile e, per quanto spiacevole, facente parte della nostra vita?Il sorriso sulla sua bocca si allargò ulteriormente al ricordo di quanto avesse desiderato essere libero nel momento in cui lasciò il suo paese natale. Capì quanta incoerenza c’era nell’essere l’assoluto ed indiscusso sovrano della propria esistenza e, contemporaneamente, lo schiavo della sua mente, dei suoi incubi, delle sue azioni e di suo fratello. Rise forte al pensiero dei suoi genitori, che si ostinavano ad attribuire a quel Dio misterioso ed onnipotente tutto ciò che di insolito, o di consueto accadeva nel mondo. Ancor più sonore si levarono le sue risa al ricordo di coloro che attribuivano gli stessi fatti al destino. Eppure non erano stati Dio o il fato ad aver ucciso Lorenzo, era accaduto tutto esclusivamente per causa sua ed ora le conseguenze erano le puntuali persecuzioni notturne di suo fratello ed il suo vagare nel cimitero quella notte.Con gli occhi sbarrati e quei vorticosi pensieri nella testa, i capelli spettinati e le mani tremanti, Manuel si diresse verso “i grattacieli dei morti”, dove si trovava la tomba maledetta. Ringraziò di essere pazzo, se la follia lo aveva condotto a quelle riflessioni invece di concentrarsi sul silenzio di quei tristi loculi che andava oltrepassando. Erano improvvisamente cessati tutti i piccoli rumori che aveva udito poco prima. Vi era, adesso, la più totale assenza anche del più debole suono e lui si convinse di aver perso il senso dell’udito.I piccoli lumi tremolanti non rischiaravano l’ambiente, ma lo rendevano ancor più cupo. Delle fotografie non distingueva che i piccoli occhi vuoti che lo fissavano accusatori, tutti complici di Lorenzo.Pensò che doveva fare in fretta, ma non ebbe il coraggio di guardare l’orologio. Ricordò dove si trovava la tomba e, senza indugi, vi si diresse con sicurezza.Non appena arrivò vide la rosa, che poche ore prima aveva posto nella vaschetta, brillare di un rosso cupo alla luce della torcia elettrica. Riconobbe subito la fotografia di Lorenzo, che aveva un’espressione ora di rabbia, ora di tristezza. Fu terrorizzato nel ricordare che poco prima dai suoi occhi s’intravedeva soltanto un’espressione triste, poi sorrise, certo che si trattasse di un’illusione dovuta alla suggestione e alla luce artificiale e tremolante della torcia elettrica.Ce la stai mettendo tutta per terrorizzarmi, vero Lorenzo? Beh… non ci credo, comunque eccomi ancora qui per chiederti scusa di nuovo. Ti ho dato la prova di essere pentito, non è così?Era riuscito a non pensare ad alta voce.
Le sue ginocchia si piegarono come oppresse dal peso di tutta l’angoscia ed il tormento provato da giorni. Sfiorò con entrambe le mani il lastrone di marmo della tomba e sussurrò: “perdonami”.Il suo cuore per poco non mancò un battito quando si sentì sfiorare il braccio sinistro. Si rese subito conto che si trattava soltanto della vaschetta con la rosa, alla quale aveva urtato inavvertitamente mentre accarezzava quel marmo freddo. Il gesto di reazione che aveva compiuto col braccio per poco non la fece cadere a terra e, se ciò fosse accaduto, avrebbe dovuto chinarsi per raccoglierla, perché la tomba si trovava a circa un metro e mezzo dal suolo. Capì che non ne avrebbe mai avuto il coraggio, per paura di ciò che sarebbe potuto accadere sopra di lui nell’istante in cui si fosse chinato. Pensando a tutto questo in una frazione di secondo, afferrò la vaschetta in procinto di cadere con la mano sinistra e con la destra prese il gambo della rosa, ferendosi le ultime due dita sane a causa delle spine.Le lacerazioni precedenti ricominciarono a sanguinare, assieme alle ferite appena procuratesi: la sua mano si fece improvvisamente gonfia e coperta di sangue. Era proprio con quella che aveva colpito Lorenzo.
Fece per allontanarsi, ma proprio allora, esattamente come poche ore prima, fu colto da una paura incontenibile, alimentata anche dall’agitazione e dalla sensazione viscida ed appiccicosa del sangue.Manuel pensò al suo sogno, quando Lorenzo si liquefaceva nel colpirlo, e il panico crebbe.
“Non vorrai che io mi sciolga come hai fatto tu, non è così? Non è vero?”Stava gridando tanto da spezzarsi quasi le corde vocali, col rischio di farsi scoprire o allarmare qualcuno.Per un attimo pensò a questo, poi rise e gridò ancora più forte, allargando le braccia e guardando il cielo: “Nessuno verrebbe qui adesso, non è vero? A quest’ora state tutti dormendo! Maledetti!”Pronunciando la parola “ora”, sobbalzò ed ebbe l’istinto di sbirciare l’orologio, ma non lo fece, perché era certo che se avesse visto di non avercela fatta, sarebbe crollato.Le ferite della mano destra si facevano sentire in tutta la loro gravità ed il buio attorno a lui aumentava. Pensò di trovarsi sul punto di svenire, quando capì il motivo di quell’oscurità: le pile della torcia, che emanava, ora, un debole fascio di luce, erano quasi scariche.Desiderava correre, ma le gambe non lo reggevano più. Aveva l'intenzione di allontanarsi da quel luogo mortale, ma il mondo al di fuori di esso sembrava appartenere, ormai, ad un’altra dimensione, quella dei vivi e lui dubitava che ne sarebbe uscito come tale. Credeva che una parte di lui appartenesse, a questo punto, a quel vecchio cimitero di campagna grigio, scuro e freddo anche nelle notti d’estate.Voleva allontanare da sé quella nausea che lo stava invadendo a causa del profumo emanato da quei dannati fiori, che conferivano quel caratteristico odore al luogo, l’odore di cimitero.Si trascinò fin quasi all’altura da dove era entrato, rasentando la parete laterale della chiesa attigua al cimitero. Dal passaggio oscuro era riapparsa quella sfumatura misteriosa che dava all’interno un sembianza spettrale. Dalla cripta provenivano dei calpestii agghiaccianti. Si ricordò che qualcuno, o qualcosa, aveva cercato di afferrarlo nel momento in cui fuggiva da quel passaggio, riuscendo soltanto a sfiorarlo. Accingendosi ad arrampicarsi su per l’altura, avvertì un miasma, forse proveniente dalla cripta, oppure dall’ossario, salirgli nel naso ed invadergli la gola.Non appena mise piede fuori dal cimitero, vomitò. Era solo succo gastrico, perché si ricordò di essere a digiuno. Si asciugò con il braccio. Aveva in bocca uno sgradevole sapore acido ed amaro insieme. Iniziò a ridere forte avviandosi lungo la strada che lo avrebbe condotto all’albergo.Ricordò quello che aveva fatto durante tutto l’arco di quell’interminabile giornata e rise ancora. Pensò a Laura, alle buffe espressioni che assumeva quando gli si avvicinava e lui non si era lavato i denti. In quei casi, lei gli offriva sempre un chewing-gum alla menta e sorrideva –cara, dolce Laura! Rise ancora più forte al pensiero che ora non sarebbe stato sufficiente nemmeno un intero pacchetto per eliminare il puzzo fetido che esalava dalla sua bocca. Ormai la pazzia aveva preso il sopravvento sulla sua fragile mente.
§10
Se intorno alle due di quella stessa notte il vecchio proprietario dell’albergo non avesse dormito profondamente, si sarebbe accorto che l’ospite della camera numero sette era uscito portando le chiavi con sé.Manuel, rientrando, notò con piacere che la porta era aperta. Si accorse, inoltre, che il vecchio stava russando. Maledizione, dormiva beatamente! Eppure, ormai era quasi certo che anche lui avrebbe trascorso delle notti tranquille, d’ora innanzi. Fu sollevato dal fatto che il vecchio non potesse vederlo in quelle condizioni, perché in caso contrario avrebbe certamente chiamato un’ambulanza o, magari, la polizia.Salì nella sua camera silenziosamente, nonostante fosse certo di essere l’unico cliente dell’albergo. Le sole due persone che aveva incontrato entrando in camera sua erano un uomo sulla cinquantina in compagnia di una ragazza vestita in maniera piuttosto provocante, che stavano lasciando la loro stanza proprio nel momento del suo arrivo.Una volta entrato, si diresse verso il bagno, gettando a terra la torcia, ormai scarica. Quando si vide riflesso nello specchio appeso alla parete sopra il lavandino non si riconobbe. L’essere che lo stava osservando non era se stesso, ma un mostro. Dal suo viso, di un pallore mai visto, si notavano numerose piccole venature violacee, i capillari sanguigni spezzati dallo sforzo. Tali segni si estendevano fin dentro gli occhi, che sembravano voler uscire fuori dalle orbite. I capelli castani, che fino a ieri cadevano morbidi sul suo viso, erano ora rigide ciocche scure ed appiccicose, che ciondolavano sugli occhi e dietro le orecchie. Il collo e la camicia erano macchiati di sangue rappreso ed incrostati di vomito. La mano destra era coperta di sangue e lui pensò bene di asciugarla, in un gesto di sdegno, sui suoi blue-jeans. Le vecchie Nike erano completamente infangate e, ad ogni passo, lasciavano cadere grumi di terra.Non gli interessava del suo aspetto, l’unica cosa davvero importante era che quell’incubo fosse finito: aveva intenzione di ripartire domani nel pomeriggio col treno delle diciotto dalla stazione di Benevento.Si svestì gettando nello zaino i sudici vestiti e si fece in fretta una doccia, poi si gettò completamente nudo sul letto e si addormentò.
§11
Domenica 14 luglio, ore undici.
Laura si apprestò a prepararsi qualcosa per pranzo, ma rinunciò subito perché non ne aveva voglia.
Suo marito, Nicola, era andato a far visita a sua sorella, che viveva con la propria famiglia a Marino. L’aveva pregata di accompagnarlo, ma lei aveva rifiutato con la scusa di non sentirsi bene e di voler restare a casa.Quella notte aveva sognato di Manuel. Non era cambiato affatto, sembrava avere ancora diciannove anni. Si trovava a passeggiare con lui lungo una stradina desolata che costeggiava un cimitero. Ad un tratto era calata la sera e lui era improvvisamente fuggito all’interno di quel luogo silenzioso, arrampicandosi su di un’altura di fianco ad una chiesa che sembrava abbandonata. Le aveva gridato che doveva farlo, doveva saldare un debito.Lei lo aveva chiamato invano, senza comprendere il significato di quelle parole, risvegliandosi con una sensazione di inquietudine.
Cercò le chiavi della sua Ford ed uscì di casa. Mise in moto e vagò senza meta nella città semi deserta. Il caldo era insopportabile e la maggior parte dei romani erano partiti per le vacanze estive. Non fu affatto sorpresa di ritrovarsi, dopo nemmeno venti minuti, in via S. Chiara, dove Manuel abitava prima dell’incidente.Istintivamente si fermò davanti al palazzo dove, anni prima, aveva trascorso tante indimenticabili serate in sua compagnia.
Quando parcheggiò e scese dall’auto si sentì una sciocca. Cosa voleva ottenere rivedendolo? Magari si sarebbe messa il cuore in pace nel rendersi conto che lui aveva smesso di pensare a lei già da molto tempo.Quanto aveva sofferto dal giorno dell’incidente! Le tornò in mente quella notte che trascorse insonne pochi mesi prima. Aveva sognato che Manuel era stato rimesso in libertà ed era tornato da lei, poi si era svegliata con le lacrime agli occhi alle due del mattino. Era certa che la pena fosse stata scontata e, malgrado ciò, il giovane non aveva nemmeno tentato di cercarla.Quella notte aveva capito che lui aveva smesso di amarla e, in preda alla disperazione, alimentata dal nervosismo generato dall’insonnia, lo maledisse con tutta se stessa, per le sofferenze che le aveva causato e per aver reso la sua vita un tormento. Maledisse anche l’anima di Lorenzo e, invasa da una cieca rabbia, si augurò che fosse finito all’inferno.Così, in quella notte terrificante, sfogò la rabbia accumulata da anni di angosce.
Al mattino di quello stesso giorno tornò in sé, consapevole del suo egoismo, del fatto che era stata lei ad abbandonarlo e che la causa delle sue sofferenze non era Manuel, ma se stessa.
Tornò in sé, liberandosi di quei ricordi.
Una parte di lei non voleva incontrarlo, perché voleva ricordarsi di lui esattamente come era nei giorni in cui le diceva di amarla come non aveva mai fatto nella sua vita, eppure si avvicinò al citofono, cercando il cognome “Edismi”. Lo trovò e premette il pulsante. La forza di quella pulsione era più potente della sua razionalità.Nessuna risposta. Dopo pochi istanti lo premette di nuovo. Ancora niente.
Probabilmente non viveva più lì.
Dopo qualche minuto, un poco amareggiata, decise di tornare a casa, commiserandosi per quell’idiozia che, fortunatamente, il destino non le aveva permesso di compiere
§12
Ore dodici.
Quando Manuel si svegliò, si guardò attorno smarrito, pensando che tutto ciò che era accaduto la notte scorsa fosse stato un altro incubo. Poi notò le lacerazioni della mano destra e capì che era tutto vero e che quella notte non aveva sognato affatto. Forse era davvero finita, oppure era tanto stanco da non riuscire neppure a sognare?
Volle prendere in considerazione solamente la prima ipotesi, quindi si alzò in piedi. Sollevò il braccio per guardare l’orologio e, solo allora, si rese conto di non averlo più. Probabilmente lo aveva perso la notte prima al cimitero, oppure lungo la strada del ritorno. Magari era nella stanza, in qualche angolo.Non se ne preoccupò molto, però, perché non aveva un gran valore. Era una buona imitazione di quegli orologi esposti nelle vetrine del centro, con il cinturino in finta pelle. Lo aveva acquistato per circa ventimila lire, ne avrebbe comprato un altro alla stazione.
Indossò la camicia pulita che aveva portato per cambiarsi. Fortunatamente era lunga a sufficienza da coprire la macchia di sangue vicino alla tasca destra dei blue-jeans.
Voleva andare via al più presto da quella stanza.
Ore quattordici.
Manuel scese le scale del vecchio albergo, notando che i gradini, sotto i suoi passi, a differenza della notte trascorsa, non emettevano alcun rumore.
Osservò il proprietario dell’albergo immerso nella lettura di un libro dalla copertina gialla e sorrise al ricordo di come riposava tranquillamente, mentre lui si recava al cimitero.L’uomo, accorgendosi che Manuel stava scendendo le scale, lo fissò. Era strano il modo in cui quel giovane sorrideva mostrando tutti i denti. Voleva di certo apparire cordiale, ma aveva un sorriso troppo largo ed inquietante perché potesse essere sincero, inoltre procedeva con un’andatura barcollante, probabilmente era in preda ai postumi di una sbornia.“Buon pomeriggio” gli disse ad un tratto, come per rompere quella sensazione di angoscia ed oppressione, che lo aveva invaso dal momento in cui il giovane era entrato, “si sente bene?”Manuel lo guardò, per un attimo colto di sorpresa, poi ampliò ancor di più il falso sorriso che aveva sulle labbra e rispose: “certo, sto benissimo e complimenti per l’albergo.”Già, vincerebbe persino il confronto con un Holiday Inn! Servizio impeccabile e massima pulizia. Continuò a sorridere all’uomo che aveva ripreso a leggere. Riuscì a scorgere il titolo del libro, era “La porta del traditore”, ma non ne distingueva l’autore. Poi ripensò ai suoi genitori.“Senta, mi scusi, prima di ripartire avrei urgente bisogno di fare una telefonata.”“Può utilizzare questo apparecchio” rispose distrattamente l’uomo senza staccare gli occhi dal libro, indicando il telefono nero al centro della scrivania.“Grazie” gli rispose, sollevando il ricevitore.Per un attimo esitò a comporre il numero. Era lo stesso di un tempo? Finalmente capì quale fosse la vera causa del suo indugiare: non era sicuro di ricordarlo. Guardò i piccoli tasti neri dell’apparecchio e si ritrovò a formulare il numero meccanicamente.Dopo pochi secondi rispose debolmente una voce di donna.
Sto parlando con mia madre…“Pronto, chi parla?” il tono della voce sembrava sorpreso.Manuel restò pietrificato, confuso e istupidito. Ascoltando il suono di quelle poche parole gli sembrò invecchiata di cento anni.
“Pronto, ma chi è?” ora sua madre dava l'impressione di essere seccata ed un poco risentita. Attese ancora pochi istanti, poi abbassò il ricevitore.Non sono riuscito a dirle neppure una parola. Sono un perfetto idiota.
Pagò il conto, lanciando al vecchio un’ultima occhiata di scherno e disprezzo, quindi si avviò. Voleva essere a casa entro la sera di quello stesso giorno.
§13
Tutt’intorno v’era una strana atmosfera, resa ancor più surreale da una luce violacea, che si diffondeva nell’indistinto ambiente, sconfinando, poi, con il buio orizzonte, nero come pece e minaccioso. A tratti si alzava una fitta nebbia, che rendeva l’aria, già tremendamente gelida, irrespirabile, a causa della forte umidità. Manuel avvertì un violento brivido scendergli lungo la schiena.
Lo spazio circostante, sebbene indistinto e contorto, oscuro e nebuloso, si estendeva a perdita d’occhio e sembrava molto vasto, eppure lui sentiva crescere dentro di sé una sensazione tormentosa, come se si trovasse in un ascensore di un metro quadro, bloccato tra il novantanovesimo ed il centesimo piano, in procinto di precipitare e schiantarsi al suolo con le corde spezzate. Intuiva che ci fosse qualcosa di poco convincente in quella situazione, che una presenza aliena e affatto nemica serpeggiava tra gli indefiniti antri scuri di quella dimensione. Iniziò la folle corsa verso la salvezza, dall’incubo al sogno, dai patimenti alla beatitudine. Correva come nel giorno in cui era fuggito in preda al panico dal cimitero e dalla tomba di Lorenzo. La differenza era nel fatto che adesso qualcuno, o qualcosa, lo stava inseguendo davvero. La paura provata quel dì al cimitero poteva definirsi un lieve timore, paragonata all’autentico terrore che ora lo dominava. C’era anche un’altra differenza: ora Manuel correva con gli occhi chiusi, perché preferiva non guardare ciò che gli accadeva attorno e, soprattutto, non osava incontrare la cosa che provocava i gravi rumori che percepiva confusi con quelli prodotti dalle sue vecchie Nike. L’urto fu inevitabile e violento, improvviso e doloroso. Apri gli occhi, più per riflesso che per propria volontà. Innanzi a lui stava la tomba di Lorenzo. Non era, però, il loculo all’altezza di circa un metro e cinquanta da terra che si trovava nel piccolo cimitero di Paduli; era una bassa lapide scura, che lo osservava, minacciosa ed accusatrice, con due occhietti inesistenti. Manuel era riverso al suolo, con il viso molto vicino alla pietra tombale e gli occhi fissi sull’incisione “Lorenzo Edismi, 13/07/1968 – 25/05/1989”. La mano destra, sfregiata al momento dell’urto, aveva ripreso a sanguinare dalle cicatrici delle ulcerazioni che s’era procurato il mese scorso al cimitero. Come attirati da una forza magnetica, i suoi occhi non riuscivano a distogliersi da quell’incisione sulla fredda lapide. Ciò che avvenne in seguito fu subitaneo, sconvolgente e spaventoso.
La sua mano fuoriuscì dal terreno limaccioso, gelida e maleodorante, serrandogli la gola ed affondandogli nelle carni del collo i suoi lunghi artigli. Il sangue ed il dolore soffocarono il grido.
Ciò che sbucò fuori dal terreno subito dopo fu la testa. I capelli biondi erano caduti, le uniche ciocche superstiti erano bisunte e cariche di terra grumosa e umida. Poi, il suo teschio assunse un’espressione di autentica soddisfazione e l’osservò sogghignando. “Assassino!” sibilò, muovendo appena la mandibola, e facendo intravedere una buia apertura da cui spiccavano alcuni denti marciti. Manuel, a dieci centimetri dalla testa del fratello, avvertì il lezzo fetido del suo alito stagnante e morto.
Questa volta il grido di paura e ribrezzo non venne represso.
Martedì, 13 agosto.
Si svegliò alle tre del mattino completamente fradicio di sudore, con i conati di vomito dovuti a quel miasma che aveva ancora nelle narici.
La mano destra ed il collo sanguinavano abbondantemente. Era trascorso esattamente un mese dal tragico giorno del compleanno di Lorenzo.
Manuel Edismi, venticinque anni, si alzò per l’ultima volta dal suo letto. Aveva i capelli quasi completamente bianchi ed era ridotto a qualcosa di indefinibile, distrutto emotivamente e fisicamente dagli incubi e dallo spettro di suo fratello, ogni notte sempre più reale, implacabile e spietato.
Si guardò allo specchio e sussurrò: “sto morendo…”, poi nei suoi occhi stravolti dalla sofferenza e dalla pazzia ci fu un bagliore.Aprì la finestra, la notte era quieta e torrida. Osservò la mano insanguinata e capì quanto i suoi sogni, da terribili, fossero divenuti anche reali.
“No, Lorenzo, non ti permetterò di uccidermi di tua mano…”Dopo aver sussurrato questa frase, saltò nel vuoto, ponendo fine ai suoi incubi.
§14
La sera era fresca, intorno i giardini pubblici erano deserti.
Laura era seduta al tavolo di un elegante ristorante. Attendeva Nicola, al quale aveva chiesto di venire al più presto per rivelargli la sorpresa: era finalmente incinta!
Lui arrivò in tutta fretta, porgendole un mazzo di fiori e baciandola con una passione che non aveva mai manifestato prima.
Laura lo osservò, raggiante di una felicità tanto forte da convincersi, per un momento, di amare suo marito.
Poi la rivelazione. Lui la guardò incredulo, quindi sorrise soddisfatto.
Si abbracciarono, poi iniziarono a fantasticare sul loro futuro figlio, in particolare sul suo aspetto.
Ad un tratto Nicola chiese: “se sarà una bambina la chiameremo Nadia, come eravamo d’accordo, non è vero?” “Ma certo” assentì Laura, sapeva quanto fosse importante per lui dare il nome della sua defunta madre a sua figlia.“Però, se sarà un maschietto, sarò io a scegliere il nome.” Ora Laura aveva assunto un’espressione cupa ed impenetrabile.Nicola la guardò, sembrava un poco sorpreso da quell’espressione, che non era mai apparsa sul volto della sua sposa.“Certo”, le rispose. “Hai già in mente un nome?”Lei esitò, poi sorrise. “Manuel”.Ci pensò, poi la abbracciò. “Bene, ha un suono un po’ biblico, ma non ho nulla in contrario…”. Non sapeva che sua moglie stava mantenendo una promessa fatta al suo vero, grande amore anni prima. All’improvviso, l’abbraccio si sciolse bruscamente.Innanzi a lei non c’era più il suo compagno, ma un giovane biondo, attraente, con due grandi occhi azzurri dallo sguardo gelido.Laura si guardò attorno, chiedendosi dove fosse finito Nicola, poi osservò il ragazzo, che doveva avere circa vent’anni. Era così disorientata da non riuscire a proferire parola.“Non puoi e non devi” esordì lui, spezzando l’imbarazzante silenzio che si era venuto a creare. “Non ti permetterò di resuscitare la sua memoria!”I suoi occhi, fino ad allora inespressivi, erano, adesso, accesi da una profonda collera, poi continuò: “sei stata tu a maledirmi, a scatenare tutto questo, facendo in modo che io non avessi più pace. Ora la mia vendetta si è compiuta e tu non annullerai il mio trionfo facendolo rivivere col tuo amore! Non chiamare tuo figlio col suo nome, riaccenderai le fiamme dell’inferno in cui mi hai augurato di finire!”Laura sembrava impietrita, turbata e smarrita.Lorenzo sembrò aver letto nei suoi occhi tutto questo e sorrise in maniera inquietante.
“Ma chi sei?” Gli chiese. Finalmente aveva riacquistato la capacità di parlare.Il giovane si mosse e lei si sentì afferrare il braccio da una mano gelida, morta.
“Ti chiedo soltanto di non farlo. Dimenticalo!”Fuggì terrorizzata, mentre dietro di sé l’apparizione assumeva una forma indistinta, per poi svanire lentamente.
Mercoledì 14 agosto, ore nove.
Laura si svegliò. Tremava e non riusciva nemmeno a capire dove si trovasse.
Nicola era uscito, lasciandole sul tavolo una copia del Messaggero ed una brioche.
Si alzò sbadigliando, convinta che si fosse trattato solamente di un brutto sogno, dovuto, forse, anche al fatto di essere incinta.
Proprio il giorno prima aveva rivelato a Nicola di essere in dolce attesa e la notizia aveva destato un grande entusiasmo da parte di lui.
Aveva dieci giorni di ferie ed aveva deciso di spenderli tutti ad oziare per buona parte della giornata.
Si preparò un buon caffè e si sedette in cucina a mangiare la sua brioche, aprendo il notiziario. Amava leggerlo minuziosamente.
Dieci minuti dopo, giunta alla pagina della cronaca di Roma, si raggelò.
Un trafiletto riportava le seguenti, sconcertanti parole:
“Riverso sull’asfalto, tra l’orrore dei curiosi accorsi in via S. Chiara. Così è stato ritrovato il corpo senza vita di Manuel Edismi, venticinque anni, da poco uscito di prigione, dopo aver scontato una pena di sette anni per l’omicidio colposo di suo fratello. Un’anziana donna, abitante nell’appartamento adiacente a quello del giovane, ha dichiarato di aver udito un forte grido seguito, dopo pochi minuti, dal tonfo del corpo sull’asfalto…”Laura non riuscì a terminare di leggere l’articolo. Fu colta da un forte capogiro, tentò di alzarsi in piedi per prendere un bicchiere d’acqua, ma tutto divenne improvvisamente sfocato, poi si fece buio.
Quando riprese i sensi Nicola era accanto a lei. Si trovava in un letto d’ospedale.Lui le prese delicatamente una mano e le sorrise. Aveva gli occhi lucidi e sembrava molto sollevato.
“Cosa è successo?” Domandò lei debolmente.“I medici dicono che sei stata vittima di un colpo di calore. Sai, oggi la temperatura supererà i quaranta gradi. Devi riposarti, sei anche molto stressata. Questo week-end e i primi giorni della prossima settimana li trascorreremo con Paola e Sandro, nell’appartamento in montagna che hanno acquistato in Calabria, sulla Sila. Ci goderemo un po’ di fresco in loro compagnia prima di riprendere a lavorare. Sandro ha insistito tanto! Te ne volevo parlare ieri, ma dopo quella rivelazione mi è totalmente sfuggito di mente. Non accetto obbiezioni, specialmente dopo la paura che mi hai fatto prendere quando sono tornato a casa. Non posso lasciarti sola nemmeno per venti minuti!”Laura, in cuor suo, si scoprì felice di essere amata e di aspettare un bambino, poi ricordò la sciocca giustificazione che i medici avevano fornito per motivare il suo mancamento, ignorandone la vera causa, ed il sorriso morì sulle sue pallide labbra.
§15
Venerdì 16 agosto, ore undici. Cimitero di Paduli.
Una giovane donna bruna camminava reggendo un grande mazzo di fiori e tenendo per mano un bambino biondo che aveva una voglia di tartufo sul naso. Doveva avere circa sei anni.
“Vieni, Christian. Papà ci sta aspettando”.“Mamma, posso tenere i fiori?” Il figlio la guardava implorante.Entrambi sembravano sereni, specialmente il bambino, il quale, probabilmente, non si rendeva veramente conto della sacralità del luogo in cui si trovava e che cosa significasse realmente la parola “morte”, quella cosa che s’era portata via suo padre quattro anni prima.Si avvicinarono lentamente alla tomba dell’uomo.La donna chiuse gli occhi facendo il segno della croce e disse al piccolo di fare lo stesso, quindi iniziò a pregare sommessamente, mentre il bambino la osservava, rivolgendo, poi, gli occhi su quel loculo, per lui tanto alto, da non distinguere bene nemmeno la fotografia del suo papà.
Ad un tratto vide sul cemento qualcosa di colore scuro che, riflettendo la luce del sole, fece nascere nel bambino il desiderio di raccoglierla, sebbene sapesse che sua madre sarebbe stata contraria al riguardo.
Sbirciò la mamma. Aveva gli occhi chiusi e sembrava completamente assorta nella sua preghiera.
Il piccolo Christian si avvicinò all’oggetto rilucente e lo raccolse, osservandolo incuriosito.La donna introdusse delicatamente i suoi fiori nella vaschetta. Come al solito ne ho acquistati troppi… pensò. Erano molto belli e profumati, sarebbe stato un peccato gettarli via, quindi si guardò attorno. Il loculo vicino a quello di suo marito aveva solo una rosa completamente appassita dentro la vaschetta. Si avvicinò alla tomba e vi mise i fiori restanti. Lesse un nome maschile iscritto a lettere scure sulla lastra di marmo e provò compassione per quel giovane, osservando la fotografia che lo ritraeva sorridente.“Povero Lorenzo, chissà da quanto tempo la tua tomba viene ignorata…” disse piano la donna, cercando con gli occhi il suo bambino, intento ad osservare qualcosa che teneva tra le piccole mani.“Christian, vieni qui!” Lo sgridò.Il piccolo capì di non poter più nascondere la propria scoperta e si avvicinò con lo sguardo contrito e timoroso.
La donna lo guardò con amore. Christian era tutto ciò che le restava del suo defunto marito. Provò un sentimento misto di rimprovero, compassione e divertimento, notando l’espressione colpevole di suo figlio. “Che cosa c’è in quelle manine impudenti?” Nel tono della sua voce la compassione aveva predominato.Il bambino, rincuorato dal tono benevolo di sua madre, aprì la piccola mano.
“Ho trovato questo, mamma. Scusa, lo so che non dovrei raccogliere nulla dalla strada…” rispose, porgendole l’oggetto scuro.Se Manuel lo avesse sentito parlare avrebbe pensato di nuovo che quel bambino si esprimeva in perfetto italiano.
La mamma lo prese per mano e con l’altra afferrò l’oggetto, poi si diresse verso l’uscita, fermandosi davanti ad un bidone della spazzatura. Osservò il figlio e gli disse con dolcezza: “Lascialo stare, questo orologio non ha nessun valore, è sporco ed è anche rotto. Guardalo, è rimasto fermo a mezzanotte e due minuti!”Detto ciò, lo gettò nella spazzatura ed uscì, con il bambino al suo fianco.
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Il piccolo Manuel Orni nacque il due maggio del 1997.
Da allora sua madre, Laura di Maggi, ebbe sogni molto inquieti…
Fine
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