Lui Saddam
autore: Patrizio Pacioni
Vicino alla stazione ferroviaria, a cento metri e un paio di sputi dall’ingresso, ci sono due locali che si fronteggiano sui lati opposti di via Foppa: specie particolare di bar in cui, insieme a cappuccini, brioches e panini, si può gustare un dignitoso Donner Kebab.
L’uomo passa gran parte delle sue giornate lì.
Quel profumo di cibo arabo, che esce dalle botteghe e si diffonde per le strade fin quasi a Piazza della Repubblica ha il potere di farlo sentire a casa.
Quasi a casa.
Perché casa sua era a Bagdad, una volta.
Fino a poco meno di un anno fa, esattamente.
Poi, quando insieme al vento del deserto sono cominciate a spirare brezze sempre più forti di guerra, che portavano con sé un inconfondibile aroma di dollari e petrolio, l’uomo conosciuto ormai dalla multietnica e variopinta schiera di frequentatori della stazione di Brescia col nome di Saddam, ha deciso, senza pensarci sopra due volte, di lasciare al più presto l’Iraq.E che nessuna scelta sia stata fatta a caso, lo si può capire considerando che nella città e nella provincia italiana che ha scelto come destinazione finale della sua emigrazione, vive una popolazione di ottantamila extracomunitari, come li chiamano da queste parti.
Dunque a chi vuoi che gliene freghi che ce ne sia uno in più o uno in meno?
Il soprannome che gli hanno affibbiato, e che probabilmente non gli riuscirà più di staccarsi di dosso dovesse campare cent’anni, deriva invece proprio dall’impressionante somiglianza dei suoi lineamenti con quelli del dittatore di Bagdad; lui non si oppone che lo chiamino così, divertendosi invece nel vedere uomini e donne darsi di gomito, e indicarlo sghignazzando insieme. Un fenomeno che si è andato intensificando ancora di più nei giorni scorsi, quando bombe e razzi piovevano sulla sua città più numerosi delle stelle nelle notti di metà agosto, e soprattutto adesso, che i nuovi padroni della città bivaccano in Piazza Paradiso.Lui li lascia fare, perché no?, e continua a bere tè verde per tutto il pomeriggio, seduto per ore e ore al tavolino del bar, guardando i clienti che si avvicendano, pelli umane in tutte le gradazioni della scala cromatica, sonnecchia con i gomiti sul tavolo e il volto tra le mani, lasciandosi cullare dalla sinfonia multietnica di lingue provenienti da ogni angolo della terra.
Africani più neri della pece, coi muscoli gonfi e lo sguardo perso nel sogno di panorami lontani, giovanissime prostitute d’ebano sempre disposte alla risata, e ogni volta sono scrosci sonori di allegria, oasi rare e preziose in vite corrose dalla disperazione fin dalla più tenera età, indiani dagli occhi tristi, i capelli lunghissimi raccolti nei turbanti, cinesi magri e nervosi, il cui solo scopo sembra quello di mimetizzarsi con l’ambiente circostante, slavi dagli occhi di lupo, affamati e solitari anche quando sono in branco, ragazze ucraine dai capelli d’oro, gli occhi di smeraldo e le tette di burro dolce …“ Potrebbe tranquillamente essere un qualsiasi angolo di New York. “pensa Saddam, mentre un berbero alto, magro e nervoso, con l’enorme pomo di Adamo che spinge la pelle del collo fino a tirarla gli si avvicina da dietro senza che lui se ne accorga.“ La città delle torri gemelle. “è lo stupido commento che gli si affaccia subito in mente.“ O meglio delle ex-torri gemelle. “chiosa una voce di dentro, ma non c’è partecipazione, non c’è rabbia, in quei pensieri di Saddam.Non c’è proprio niente.Una manata vigliacca sul collo, proprio mentre porta alle labbra il suo tè, che gli cola sul mento, poi scende lungo il collo, macchiando la logora maglia di lana.
- Come va, grande dittatore? -
lo apostrofa una voce farcita di sonorità esotiche.
- Gli Yankees ti hanno dato fuoco alla casa e demolito il palazzo presidenziale a suon di bombe. In questo stesso momento magari a Bagdad stanno massacrando i tuoi figli, e scopando a sangue tua moglie. E tu neppure t’incazzi un po’? -Saddam allunga la mano verso il tavoli vicino, ghermendo un tovagliolo di carta.
Si asciuga lentamente, con calma, con metodo.
- Sprecare un buon tè è come azzoppare il cammello che stai cavalcando per attraversare il deserto. -
commenta pacato, voltandosi solo adesso a scrutare colui che l’ha appena colpito.L’altro lo guarda per qualche secondo muto, con gli occhi sgranati e un’espressione interrogativa dipinta sul volto.- Ma dove li vai a pescare tutti questi proverbi del cazzo? -
sbotta poi, scrollando le spalle.
- Tu sei pazzo, vecchio. Completamente pazzo. -
gli dice, chinandosi verso di lui in modo di sussurrarglielo a pochi centimetri dall’orecchio, mentre si batte ripetutamente l’indice sulla tempia.Poi raddrizza la schiena e se ne va.
Saddam porta la mano al volto, tormentando con le dita i folti baffi.
“ L’atteggiamento più saggio, quando tutto è confuso, è di aspettare che si manifesti la volontà di Dio, con la pazienza e la speranza con cui le palme dell’oasi attendono la pioggia.“pensa, e sorride, ma soltanto con le labbra, perché gli occhi continuano a fissare una crepa sull’intonaco del muro e, oltre quella, un punto lontano perso nell’ignoto.
Fuori intanto, ha cominciato a fare buio.
È in arrivo la sera, col ritardo artificioso imposto da quell’ennesimo inganno che gli occidentali chiamano ora legale.“ In molte regioni del mio paese i ritmi della vita sono ancora regolati dal sorgere del sole che indora la sabbia del deserto e dal tramonto che invece arrossa le dune di una luce sanguigna. Non c’è bisogno che qualcuno ti imponga quando cominciare e quando finire il lavoro del giorno, o addirittura ti consigli se andare a dormire un’ora prima o un’ora dopo.“ricorda con malinconia.“ Il più delle volte non c’è bisogno neanche dell’orologio, per dire la verità. “conclude, consultando incoerentemente il vecchio Timex che tiene al polso.Con un cenno della mano ordina a Fatima un’altra tazza di tè. Lei annuisce, due rapidi cenni del capo coperto dal velo, che bisticcia con l’eye-liner e il rossetto.Feroci contraddizioni dei tempi.
Saddam immagina il prossimo ramadan a Tikrit e Bassora, coi ragazzi che insieme ai genitori e ai parenti più anziani digiunano fino all’imbrunire, assecondando il precetto religioso, poi al calare delle prime ombre si precipitano al Mc Donald’s per andarsi a ingozzare di Coca Cola, hamburger e patatine fritte.Vede un paese senza più radici, né tradizione ferocemente spaccato in due, se non in tre etnie fieramente contrapposte.
Vede un popolo, il suo, che con ogni probabilità già da domani, e chissà per quanti anni ancora, si scoprirà dolorosamente incapace di affrontare le difficoltà e le responsabilità di una qualsiasi forma di democrazia da importazione.
“ Capire e accettare il cambiamento non è stato poi così facile neanche per me. “pensa Saddam.Ricorda quella mattina di marzo, la luce già livida dell’alba virata in un giallo rossiccio da una tempesta di sabbia, le strade di Bagdad ancora deserte, la macchina che lo aspetta in cortile con il motore acceso.L’intima consapevolezza che l’abbandono della terra in cui ha trascorso gran parte della propria esistenza stavolta sarà definitivoUn distacco che in realtà era avvenuto molto prima del giorno scelto per la partenza, una necessità la cui ineluttabile incombenza Saddam aveva pienamente compreso e accettato nel momento stesso in cui si era reso conto che il destino suo e della sua famiglia era ormai irrevocabilmente segnato.
- Tu non hai più voglia di lottare, padre. -
gli aveva alitato in faccia una sera il più giovane dei figli, risolvendo così una discussione particolarmente accesa.
- Ha ragione. Sono i coglioni che non funzionano più come si deve. -
aveva aggiunto il più grande, affiancandosi al fratello.
- È ora che prendiamo noi in mano la situazione. -
avevano concluso pressoché in coro.
In un altro momento li avrebbe ammazzati colle proprie mani, sul posto, sgozzandoli entrambi col coltello dalla corta e ricurva lama affilata che da sempre porta con sé, riposta nella guaina cucita nella giacca.
Altri tempi.
Altre situazioni.
Quando il leone aveva i denti aguzzi, e sentiva prepotente la sete del sangue, e i cacciatori erano ancora lontani dalla tana.
Invece tutto ciò che aveva fatto in quell’occasione era stato abbassare il capo, e tacere.- Me ne andrò, se è davvero questo che volete. -
aveva detto poi, rivolgendosi ai figli che aspettavano la sua reazione a gambe divaricate e a braccia conserte.
- Lascio a voi la responsabilità di ogni cosa. -
aveva concluso gelido, ben sapendo che con quelle stesse parole li stava condannando a morte.
- Cosa si pretende di più da un povero operaio che a sessant’anni suonati già da un bel pezzo lavora ancora in fabbrica, e per di più fa ancora l’apprendista?-mormora adesso Saddam, ed elargisce al nulla l’ennesimo sorriso senza emozione né partecipazione.
Quattro bombe da una tonnellata, bunker-buster le chiamano, hanno scavato un cratere da venti metri di larghezza e otto di profondità nel bel mezzo del Viale Arbatash Ramadan dove una volta c’era il ristorante Al Sa’aQuindici persone sono morte praticamente sul colpo, e chissà quante altre sono rimaste ferite più o meno gravemente.
Chi perderà un solo occhio anziché entrambi, il braccio sinistro invece del destro, il piede al posto della gamba intera, dovrà per tutta la vita ringraziare la grandezza infinita di Allah.
Gli americani hanno scavato tra le macerie prima con la ruspa, poi con le pale, alla fine con le unghie delle mani, alla ricerca di tracce di DNA che comprovino la morte del Rais di Bagdad.
“ Ne troveranno, certo che sì. “pensa SaddamCe n’era abbastanza nelle provette di sangue, nei lembi di pelle asportati chirurgicamente dalle natiche e dalla schiena del dittatore, nei flaconi di saliva e in un paio di denti polverizzati che agenti scelti del servizio segreto hanno sapientemente sparso per la stanza in cui, insieme ai figli Uday e Qusay, e ai più stretti collaboratori, il Raìs era impegnato in un briefing al momento del bombardamento.O meglio uno dei suoi più fedeli sosia del dittatore, vai a sapere quale fosse tra tanti, nello scempio di corpi e di membra causato da ordigni di inaudita potenza, efficacemente coadiuvati, per di più, dal contemporaneo scoppio di cariche di esplosivo già predisposte alla bisogna all’interno delle mura, pronte a essere azionate proprio dall’urto della prima deflagrazione.Ci crederanno le teste d’uovo dello zio Sam, o meglio fingeranno di crederci, questo è il punto, perché un Saddam morto e sepolto fa molto più comodo di un Saddam in giro per il mondo, impunito e intento a tramare chissà quali disastrosi crimini contro l’umanità.
La televisione, laggiù nell’angolo, è un tripudio di bandiere a stelle e strisce.Due fratelli arabi, seduti in disparte, nell’angolo più lontano del bar, distolgono lo sguardo dal video, poi sputano in terra, mentre dagli occhi spiritati colore del carbone sprizzano pure scintille d’odio.Nel vecchio schermo da sedici pollici dai colori incerti, un bambino con la bocca sporca di cioccolata sorride tra le braccia di un soldato colle mani imbrattate di sangue e polvere da sparo.
Folla, la stessa folla che fino a ieri malediceva gli americani, adesso sciama come una marea di formiche impazzite attorno al monumento della piazza, cerca di demolire in qualche modo la statua del Rais che con un ampio cenno del braccio indica la strada al suo popolo.
La percuotono con bastoni e spranghe, una donna colpisce ossessivamente il basamento servendosi della logora pantofola che s’è appena sfilata da un piede, ma nonostante l’accanimento profuso da tutti, non si riesce neppure a scalfirla, almeno finché non interviene un blindato dell’esercito americano.- Che paradossale bizzarria storica. -
non può fare a meno di rimarcare mentalmente l’uomo.- Qui, dove c’è stata davvero la prima culla della civiltà, ora pascola un popolo bambino che si è rivelato clamorosamente incapace di governarsi, o semplicemente di affrancarsi da solo dal giogo dell’oppressione di una casta privilegiata. -Ci sono volute due sanguinose guerre, e la strapotenza arrogante delle armi yankee, perché la popolazione irachena ora finalmente osi sollevare la testa, e soltanto dopo che le truppe corazzate alleate hanno occupato il cuore stesso del potere, sembra che la gente abbia trovato il coraggio di scendere in strada, e liberarsi rabbiosamente dell’odio accumulato in tanti anni di schiavitù verso il dominio del partito Baath.Saddam sorride.
Lui è fuori da tutto questo, ormai, e ha la ferma convinzione di restarci fino alla fine dei suoi giorni, vicina o lontana che sia.
È pur vero che a Damasco, in forzato esilio, ci sono ben due mogli da mantenere, Sajida e Samira, ma è altrettanto innegabile che per ottemperare ai suoi doveri di capofamiglia lui non dovrà basarsi esclusivamente sullo stipendio della BL - Brescia Lattoniere, per grazia di Dio.
- Sono rimasto al potere abbastanza tempo da alimentare adeguatamente una decina di conti cifrati sparsi sulle piazze finanziarie di mezzo mondo, scelte tra le più discrete, naturalmente. Altrettante, se non di più, sono le cassette di sicurezza di grande formato che nell’accogliente rifugio dei caveaux sotterranei del Credit Suisse traboccano di titoli rigorosamente al portatore e di ogni tipo di tesori artistici predati al Paese. -Saddam si scopre il braccio, dov’è ancora evidente la cicatrice del prelievo di epidermide che due medici fidatissimi hanno eseguito poche settimane fa proprio lì a Brescia, per preparare la macabra messinscena dell’Al Sa’a.Del tutto inconsapevoli, allora, che poche ore dopo, non appena discesa la scaletta del jet atterrato all’aeroporto di Bagdad, sarebbero stati massacrati praticamente sul posto, e che non si sarebbe mai più trovata traccia delle loro famiglie fino ai parenti di quarto grado, affinché il segreto di cui erano venuti a conoscenza potesse restare irrevocabilmente tale.
C’è tanto mondo, tanta storia ancora.“ Io ho già fatto il mio tempo. Quanto a questo probabilmente avevano visto giusto i miei due figli pazzi. “concede Saddam, annuendo più volte, silenziosamente, sorpreso lui per primo di non sentirsi sfiorato neppure dal rimpianto per il potere perduto, o da una seppur tenue ombra di rancore nei confronti di chi ha rovesciato il suo regime.“ Ma presto, molto presto, altri prenderanno il mio posto. “Domani, dopodomani, altrove.“ Le statue cadono. “pensa ancora.“ I tiranni restano. ”FINE
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