Occhi Aperti
autore: Fabrizio Cavallotti
Stava camminando tra i morti. Se ne era accorto solo in quel momento, dopo aver vagato senza pensare a dove fosse, né da dove arrivasse tutta quella folla che lo circondava, e che a volte lo investiva, come un’ondata, e lui non poteva fare altro che scansarsi. Si era accorto subito di essere in una città, un’enorme città, il cui asfalto puzzava di caldo atroce e carne morta, il cui cielo era coperto da immensi cubi che dovevano essere grattacieli, ma che a lui sembravano più enormi monoliti neri. Gli facevano paura, perché gli ricordavano quel film con le scimmie, che aveva visto un po’ di tempo prima, e che una strana pietra nera aveva reso intelligenti. Quelle allora avevano cominciato a uccidere animali, per sopravvivere, e a poco a poco si erano evolute, diventando uomini.
Gli faceva paura quel fatto, che il primo atto di un uomo fosse stato un assassinio.La gente che camminava assieme a lui gli sembrava normale: bambini che correvano con lo zaino in spalla, impiegati con la ventiquattrore che controllavano l’ora, operai sporchi di vernice che si facevano largo reggendo una scala a pioli. Sentiva attorno a sé migliaia di voci, indistinguibili. Ogni tanto però riusciva a cogliere qualche dialogo; se prestava attenzione poteva anche notare un ragazzino che smanettava col cellulare, o un signore vestito elegantemente che si infuriava al telefono con il suo dipendente. Non si chiedeva minimamente come diavolo fosse arrivato in quel posto.Non se lo chiedeva, e nemmeno si chiedeva da quanto fosse lì, da quanto stesse camminando. Gli sembrava una cosa normalissima, camminare.
Qualcosa che aveva sempre fatto. Semplicemente, camminava, senza sapere dove stesse andando, e senza sapere nemmeno chi fosse. Non lo sapeva, e nemmeno se lo chiedeva.
A un certo punto aveva visto un barbone seduto, schiena al muro, completamente coperto da un telo nerissimo. Solo una mano, che più che una mano sembrava una contorta radice di un’antica sequoia, sbucava da quel telo color notte. La mano, vuota, tremava. Lui si era fermato, aveva frugato in tasca, in cerca di spiccioli, ma non aveva trovato niente. Infilò una mano nella tasca interna dell’elegante giacca che indossava, ma non trovò, come si aspettava, il portafoglio. Allora guardò per un attimo quella mano che sembrava una radice consunta, la guardò ancora, e poi ancora, e alla fine decise di proseguire.Mentre proseguiva aveva incrociato un poliziotto, con la pistola puntata dritta davanti a lui. Camminava tranquillamente, sembrava sapere esattamente dove fosse il suo obiettivo.
Gli occhi erano fissi in un punto, forse la sua vittima, forse no. Dietro di lui, era passato un soldato: bomba a mano stretta nel pugno, senza sicura, fucile a spalla. Anche lui fissava qualcosa.
Dopo il poliziotto, era passato un uomo. Sembrava anche lui un soldato, ma era diverso. Aveva la pelle scura, portava un turbante e al collo una collana di proiettili. La bocca esprimeva un ghigno di terrore. Alla cintura, portava parecchi candelotti di dinamite. Negli occhi, lo stesso sguardo fisso.
Lui aveva continuato a camminare, ma per la prima volta nella sua mente si formò una domanda: chi erano quelli? A questa ne era seguita subito un’altra: cosa stavano facendo? Allora si era voltato per guardarli. Vide che tutti e tre stavano puntando al barbone.
Si era chiesto perché, cosa aveva potuto fare un barbone per meritare di morire, e aveva deciso che doveva aiutarlo, a costo di rischiare la vita. Si era messo a correre.Ma non riusciva. Si sentiva lento, e vedeva che le gambe proseguivano instancabili al loro ritmo funereo, e lui si era sentito un ribelle dentro a un corpo che non era il suo. Ma se era così, allora doveva tentare di soggiogare anche quegli arti ostili.
Si era sforzato, poi di più, e ancora di più, e alla fine aveva sentito come un esplosione, dentro di lui, e le gambe avevano preso a correre, finalmente docili al suo volere.
Mentre correva, aveva capito che erano tutti morti: lui, forse, era l’unico vivo, in quell’immensa distesa di corpi che camminavano. Capì che finivano tutti lì, in quella specie di inferno rotondo e nero, senza alcuna distinzione. In quel posto tutto girava in eterno, senza tregua, senza meta, senza alcun fine che non fosse quel mero girare. Non sapeva come fosse arrivato lì; forse era morto anche lui, prima, ma adesso no, non più. Correva, correva, e doveva salvarlo, quel barbone, anche se forse era morto come tutti gli altri, ma lui non voleva farlo morire di nuovo.Arrivò, e vide che il barbone era circondato.
La mano tremava ancora, allo stesso modo di prima. Il soldato tirò la bomba a mano, il poliziotto sparò, l’uomo col turbante saltò in aria. Lui si voltò per proteggersi, e quando nuovamente si voltò, diradatosi il fumo, vide che il barbone era ancora lì. La mano non tremava più, ed era liscia come marmo. La notte del manto non c’era più. Il barbone era diventato qualcos’altro.Non aveva volto: o meglio, ne aveva infiniti.
Cambiava di continuo, e di volta in volta assumeva le facce di chi gli stava davanti. Vide che quelli che si specchiavano in lui iniziavano allora a correre, e a gridare, a ridere come dei pazzi. A un certo punto passarono anche i tre assassini, e pure loro presero a correre. Mentre correvano si presero per mano.
L’uomo si fermò davanti al barbone, senza dire niente.
Questi gli disse: “Grazie”, con la sua stessa voce. L’uomo si voltò sorridendo e iniziò a correre, e prese a saltare, e a un certo punto spiccò il volo.Da qualche parte, in quel momento, un mondo crollò e ne sorse un altro, e all’uomo che volava sembrò un gran bel mondo. Migliore del primo, ma ancora migliorabile. Continuò a svolazzare, e vide che sotto erano di nuovo tutti fermi. Un barbone sedeva in un angolo. Voleva aiutarlo, ma non poteva: sapeva che toccava a qualcun altro. Lui, al contrario, non poteva più fare niente. L’unica cosa che poteva fare è raggiungere i suoi compagni, da qualche parte là in alto.
Fine
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