Orgoglio Nazionale
autore: Ettorus
Il soldato semplice Massimo Poretti era rimasto fermo ed immobile da circa un’ora. Si riteneva una persona sfortuna quel giorno. Aveva progettato quella domenica estiva nei minimi particolari: la mattina sarebbe andato al mare e nel pomeriggio avrebbe visto la partita della nazionale, impegnata nella coppa del mondo, ottavi di finale. La sfortuna aveva voluto che proprio quella mattina un collega si era sentito male lasciando scoperto il turno pomeridiano. La caserma aveva subito richiamato il soldato Massimo per coprire quel buco.
Così in quel torrido pomeriggio si ritrovava in una desolatissima stradina secondaria a montare di picchetto alla bandiera nazionale simbolo dell’orgoglio dello stato. Chiuso nell’uniforme ufficiale che prevedeva la giacca e i paramenti, doveva rimanere fermo per circa due ore al sole. Non poteva fare a meno di pensare di essere sfortunato. Oltretutto il cambio che doveva arrivare un’ora prima non era ancora giunto e cominciava a sentire il bisogno di recarsi in bagno. Tratteneva i suoi bisogni a fatica facendo smorfie con il viso. Chi, in quel momento, fosse passato li davanti avrebbe visto un uomo sudatissimo contorto in espressioni inumane. Ma effettivamente nessuno lo poteva vedere perché nessuno passava per quella via, dove, solitaria, sventolava la bandiera nazionale. Giunto al limite della sopportazione, cominciò a pensare che in fondo un minutino si poteva allontanare. Da circa cinque anni quella strada era rimasta infrequentata da chiunque se non dai ragazzi della scorta. Se si fosse allontanato giusto il tempo per svolgere le sue incombenze nessuno lo avrebbe notato. Più ci pensava e più quell’idea gli sembrava praticabile. Così, facendo un minimo tentativo, osò un passo verso destra allontanandosi di un metro dalla bandiera. Girò il suo sguardo alla sua sinistra e non vide nessuno, lo rivoltò verso destra: il deserto. Timidamente accennò ad un altro passo e si rifermò a controllare. Una gocciolina di sudore intanto gli scendeva lungo il viso, un po’ per l’agitazione, un po’ per lo sforzo di contenere i liquidi che pressanti volevano uscire dalla sua vescica. Senza accorgersene, passettino dopo passettino, era arrivato a cinque metri dalla bandiera e ad uno dall’edificio con i bagni. Percorse quell’ultimo metro in un tempo degno di un record mondiale, si tuffò nei bagni chiudendo la porta alle sue spalle.
Nello stesso istante in cui Massimo Poretti si accingeva a muovere i primi passi verso quel momentaneo paradiso, l’attaccante della nazionale metteva in rete il suo quarto goal chiudendo definitivamente la partita. Eugenio davanti al televisore stava esultando, agitando la sciarpa in circolo sopra la sua testa – e per questo mandando in pezzi tutti i soprammobili della madre – urlando come un gorilla nel periodo dell’amore. Al fischio finale successivo al quarto goal prese il suo giaccone e con la sciarpa al collo si avviò di corsa verso il motorino.
Il giorno prima si era quasi ammalato per cercare una bandiera da esporre in quell’occasione. Insieme ad un suo amico aveva percorso la città in lungo ed in largo con lo scooter per circa cento chilometri con scarso successo. Tutte le bandiere erano terminate. Mentre il giorno dopo cominciava i suoi festeggiamenti in strada non poteva fare a meno di pensare che, nonostante la gioia per la schiacciante vittoria della nazionale, si sentiva frustrato. Anzi, il fatto che la sua nazione aveva fatto una così bella figura, lo faceva sentire un tifoso incompleto e perciò indegno. Si avviò per le strade della città strombazzando a tutte le macchine che gli venivano incontro ma subito dopo qualche metro si ritrovò imbottigliato nel traffico. Impaziente, appena possibile, si immise in una stradina secondaria dove non era mai stato e, con suo grande stupore, vide quello che più di tutto poteva desiderare in quel momento: una bandiera con i colori della nazionale tutta sola abbandonata sul ciglio del marciapiede!!
Due giorni dopo, mentre Eugenio era davanti al computer in camere sua a giocare all’ultimo videogame uscito, la televisione trasmetteva il telegiornale. Immagini di scene di isteria collettiva si susseguivano una dietro l’altra. Persone che rompevano vetrine di negozi di elettrodomestici, un giovane soldato che veniva portato in prigione perché accusato di aver abbandonato la Bandiera Nazionale per qualche minuto.
Tutti gli atti vandalici che infatti stavano distruggendo la città erano la conseguenza della scomparsa di quella bandiera. L’Orgoglio Nazionale veniva chiamato. Dopo alcune ore dal suo smarrimento il Presidente fece un discorso alla nazione a reti unificate annunciando la triste notizia. In pochi minuti gli ospedali furono sommersi da persone che denunciavano malori e attacchi di ansia acuti. I peggiori furono quelli colti da infarto. Nel giro di poche ore morirono, in seguito a questi mali, circa duecento persone.
In un altro discorso a reti unificate il Presidente non escluse la traccia degli attentati terroristici senza tralasciare la pista che portava a quei gruppi di giovani che erano contro la globalizzazione. Il giorno dopo la scomparsa la Borsa ebbe un crollo simile a quello del ventinove in America. Molti presidenti di alcune fra le più grandi industrie e società si suicidarono. L’economia mondiale ebbe un inflessione mai registrata negli ultimi venti anni. La nazionale di calcio aveva annunciato il proprio ritiro dalla competizione: i giocatori erano troppo depressi per scendere in campo. Si sentivano defraudati del loro simbolo e pertanto anche durante gli allenamenti apparivano smarriti e confusi.
Logicamente Eugenio, da buon ragazzo della sua età, non ascoltava i telegiornali e non leggeva i quotidiani e per questo era all’oscuro o quasi della situazione. Aveva visto i disordini in città ma li aveva imputati ai festeggiamenti per le imprese eroiche della nazionale o ad uno dei tanti scioperi delle categorie povere per il rinnovo dei contratti lavorativi. Fra la fine di un livello del videogame a cui stava giocando e l’altro si voltava a guardare la bellissima bandiera che aveva trovato. Era poggiata in un angolo, tutta arrotolata. Aveva delle macchie rosse ed era un po’ strappata agli angoli.
“Chissà il vecchio proprietario che cosa ci aveva fatto”, pensava. “Chissà perché poi l’avesse abbandonata li su quel marciapiede. Forse era stato uno atleta che, deluso da qualche insuccesso sportivo, aveva deciso in quei giorni di giubilo per le gesta della squadra nazionale di abbandonarla al suo destino. Comunque era stato un folle!”
Quella bandiera agli occhi di Eugenio sembrava molto bella; le macchie, gli strappi gli conferivano una aria vissuta, sembrava quasi una stendardo di guerra.
E’ per questo che tre giorni dopo, accentando l’invito di un amico a partecipare ad un war-game ( una simulazione di guerra), decise di portare con se quella bandiera. Si immaginava già la scena: il gruppo di “nemici” che avanzava braccandoli e lui che, sulla cima di un pila di tavole, incitava i suoi a non retrocedere sventolando la bandiera come in un film che recentemente aveva visto al cinema. Così quel pomeriggio prese il motorino e si avviò verso il luogo dell’incontro. Ma, giunto a metà strada, incontrò la folla degli scioperanti che lo accerchiarono. Un uomo molto grosso alla sua destra gli si fece vicino, lo guardò negli occhi e con uno spintone lo fece cadere dal motorino insieme alla bandiera. Rotolò per terra parecchie volte, mentre l’omone sghignazzando se la filava col suo scooter. Quando si rialzò era tutto coperto di sangue. Ceco dalla rabbia cercò di rincorrere il ladro ma questi si era ormai fatto largo tra la folla e a lui non restò che rallentare urlando imprecazioni. Le sue urla destarono l’attenzione delle persone che gli erano vicino e che, fino a quel momento, non si erano accorte di nulla. Agli occhi di chi lo guardava Eugenio appariva malmesso. Il sangue che usciva dalle escoriazioni che aveva sul viso gli colava lungo la guancia. Altre ferite gli avevano sporcato di sangue i pantaloni e la maglietta che si era mezza strappata durante la caduta. A guardarlo bene non sembrava la vittima di un furto ma qualcuno che aveva lottato con tutte le sue energie per difendere qualcosa.
Poi uno di quelli che si erano voltati per le sue grida si accorse della bandiera. Diede una gomitata al suo vicino per attirare la sua attenzione e così in poco tempo tutti stavano guardando Eugenio con gli occhi spalancati e la bocca aperta.
“Ma che hanno da guardare questi, sembrano tutti degli ebeti”, pensò Eugenio.
< Questo ragazzo è un eroe!> esclamò qualcuno
Eugenio venne sollevato e lanciato in aria diverse volte accompagnato da grida di gioia. Lui , intimorito, non disse niente, irrigidito dal terrore di cadere e indolenzito dalle ferite rimaneva immobile mentre lo tiravano per aria.
Due giorni dopo le televisioni erano invase dalle immagini di Eugenio che veniva premiato con la medaglia d’oro al valore militare dal Presidente e riceveva dal sindaco della sua città le chiavi d’oro. L’economia nazionale aveva ripreso a far salire l’indice della produzione. Il giovane soldato Massimo Poretti era stato rilasciato: il tribunale, imbonito dal ritrovamento della bandiera, aveva considerato le attenuanti del caso e lo aveva condannato ad una semplice ammenda. La nazionale di calcio aveva revocato appena in tempo il suo ritiro dalla competizione mondiale giungendo a disputare per questo la semifinale, quando al “Giovane Eroe” – così era ormai conosciuto pubblicamente Eugenio- venne chiesto che cosa volesse in premio.
Lui candidamente rispose: < Una bandiera > .
Allora tutti non poterono far altro che dire: <E’ proprio un giovane attaccato alla patria!>
Fine
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