La Collina di Palissandro
autore: Andrea Barsottini
La collina di palissandro; così veniva chiamata quella collina, da quando, anni prima della mia nascita, quel maestoso albero insolitamente attecchì. Sebbene le terre del Granducato del Magnifico non fossero particolarmente favorevoli a quel genere sudamericano di pianta, quest ultima in pochi anni si trasformò nel simbolico guardiano dell angusto e inerpicato monticello, dal quale lo sguardo correva sui quei soffici prati e su quei freschi ruscelli che accompagnarono di pari passo la mia infanzia e la mia adolescenza, così come lo stesso palissandro, il quale, talvolta, sembrava essere l unico, coi suoi perpetui silenzi, in grado di comprendermi. Era come s esso incarnasse, tra quel suo rigido fusto e quelle fruscianti fronde, le figure genitrici che da sempre mi furono state negate, e che ancor oggi porto, con aspro rammarico, nel mio cuore abbandonato.
A valle del minuscolo poggio, s estendeva verso sud-ovest un fitto querceto, nel quale mi nascondevo per ore ed ore quando volevo sfuggire al mondo e il mio desiderio di solitudine si faceva incontrollabile.
In quella minuta ma folta selva, sempre sotto la supervisione del vecchio palissandro, durante i primi anni della mia adolescenza conobbi, insieme alla creatura più meravigliosa che avessi mai incontrato, quell agrodolce sentimento che si chiama amore, il quale, come ogni frutto di stagione, regala dolcezza o amarezza a seconda di quando lo si coglie. Ricordo come fosse ora, dopo anni, il timbro della sua cristallina e suadente voce, la lucentezza dei suoi occhi color oceano e la sua capigliatura color noce abbellita da un aulente diadema floreale che rendeva quella nivea pelle ancor più amena. Ci conoscemmo durante il tardo pomeriggio della prima giornata in cui l orgogliosa Aquila Nera iniziava rapidamente a precipitare e il suo volto già si contornava di atroci rughe di dolore che il passato non era ormai più in grado di stendere. L afa si faceva sempre più implacabile, ed il terreno agreste emanava un acre odore di terra e di erbe bruciate. Invece il cielo, terso come un oceano a
ddormentato, rifletteva i raggi del sole direttamente sulle nostre figure perse nel vuoto della solitudine e sulla desolata campagna, la quale ad esso rispondeva modestamente con gli sporadici roghi di sterpaglie tese a seccare sulla ruvida maggese. Quando i miei occhi si posarono per la prima volta su di lei, un rivolo di sudore le imperlava quell ampia e invitante fronte, sulla quale le mie labbra, in seguito, si sarebbero tante volte posate, imparando a riconoscerla anche nella più pesta oscurità. Allo stesso modo, anche le sue di labbra, che, insieme ai suoi occhi, m invitavano ogni volta ad accarezzarle e a seguirle in ogni loro desiderio.
Anch ella, come me, si rifugiava regolarmente all interno di quella macchia o ai piedi del guardiano della collina, conferendo anche a lei un infinita sensazione di protezione che da sempre, come me, desiderava, ma che non ebbe mai. Quella comune passione inizialmente ci unì, e infine ci legò, per sempre. In breve tempo divenimmo, l uno per l altra, quasi insostituibili, e da una profonda amicizia nacque infine la passione e poi l amore.
Noi due da soli tentavamo di trascorrere ogni singolo momento dell intera giornata; e di solito ci riuscivamo. Per noi il tempo non aveva ormai più alcun significato reale; tutto ciò che ci riguardava c appariva così meraviglioso da sembrare tratto dal mondo incantato dei fratelli Grimm. Ogni singolo oggetto che ci circondava, dal più modesto al più complesso, sembrava arriderci e infonderci la sua benedizione. Anche il canto delle spensierate cicale lo percepivamo come fosse dedicato esclusivamente a noi; così come il volto rovente del sole sembrava splendere solo per noi e ogni lineamento della pallida luna sembrava sorriderci e guidarci tra gl oscuri e perigliosi anfratti del fruire della vita notturna. La campagna, che odorava e sapeva sempre più di aromatici e freschi frutti, era il nostro eden. Ma la felicità, come lo stesso Eden, nasconde sempre un prezzo da pagare.
Il momento della giornata che più facevamo nostro era la notte. Lontano dalla calura afosa delle ore diurne, ci rilassavamo, intenti a contemplare le stelle e la luna. Innocentemente, immaginavo, come da sempre tra le velleità umane, come sarebbe stato volare lassù, su quelle stelle; toccarle e baciarle una ad una, e regalar loro il nostro miglior sorriso come fosse il loro ultimo e rimpianto addio. E quello di lei sì che era un sorriso! Nemmeno la luce e il calore di tutte le stelle dell infinito avrebbero mai potuto illuminare e riscaldare il mio cuore come il suo volto sorridente. Come affermava lei stessa, la felicità non sta nell avere, ma nell essere. La vera felicità si trova dentro il nostro cuore, o in quello degl altri, non nei beni che ci circondano. E niente è più prezioso di un cuore innamorato. Quello era il vero tesoro, non ori e gioielli! Allo stesso modo delle stelle, anche la luna sembrava invitarci a seguirla nel suo infinito peregrinare. Quasi invidiosa delle atte
nzioni e degli sguardi che lanciavamo alle stelle lontane, la nostra grande madre e sorella ci osservava, a volte compiaciuta, a volte con un filo di sofferenza; e qualche volta ancora, chissà perché, sembrava addirittura versare qualche lacrima per noi, forse memore, durante la sua perpetua esistenza, dei milioni di amori tragicamente conclusi che ebbe modo di testimoniare e, in qualche maniera, anche proteggere. Forse temeva anche per noi quell amaro destino?! Anch ella, con la sua infinita esperienza di vita, temeva certamente anche la fine del nostro sentimento. Ma quelle mute parole e quegli scorati sguardi erano da noi, seppur eminentemente, ignorati. Ritenevamo duratura fino alla fine dei nostri giorni, e anche oltre, la nostra felicità insieme. L unico a darci coraggio era ormai rimasto il nostro tutore, il nostro palissandro, che coi suoi rami e le sue foglie facevaci da protettiva coperta contro i pericoli che il mondo ci scagliava incontro. Egli era l unico che ancora ci p
roteggeva e comprendeva! Alle sue falde, accasciati sotto le sue fronde e al riparo dagli sguardi indiscreti del sole e dei vaporosi cirri estivi, cullati dal canto sereno dei passeri e dal fruscio delle foglie, ci lasciavamo cadere fluidamente, abbracciati l uno all altra, in un ovattato torpore che ci trasportava in un limbo, a metà tra la veglia e il sonno, che stimolava in noi sensi che nemmeno immaginavamo d avere e che ci mostrava il mondo sotto una nuova prospettiva, guidato da nuove percezioni, tra sogno e realtà, come fossimo stati catapultati in uno scenario pittorico metafisico o surrealista. Spesso vi trascorrevano ore, prima che il gorgheggio del ruscello poco distante ci ridestasse da tale realtà. Ed era sempre più traumatico il ritorno alla realtà convenzionale che c accompagnava quotidianamente.
Tutto ciò si protrasse fino alla soglia autunnale. Le giornate si facevano ormai sempre più brevi, e l aria sempre meno calda, al punto che allo scomparire del sole la presenza dei grilli si faceva sempre più diradata, e lo stare abbracciati sempre più piacevole. La giornata stessa sembrava simbolicamente rappresentare il nostro destino, o meglio, quello del nostra rapporto, le cui tenebre stavano rapidamente oscurando, senza che noi ancora ce n accorgessimo.
L ultima volta in cui la vidi, avevamo trascorso l ennesima giornata insieme (ignorando che non ce ne sarebbero state altre); e l intero pomeriggio ai piedi del nostro albero. Il cielo era coperto da spessi strati di nubi scure che rendevano l atmosfera tutt altro che estiva, ma tipicamente autunnale. L aria era sempre più umida, e prometteva pioggia; ma ancora nemmeno una goccia scendeva su di noi. La leggera brezza estiva ad un tratto si trasformò in violente raffiche di vento, e le prime gocce cominciarono a colpire i nostri volti ancora sorridenti. In pochi secondi, dalle rade gocce si passò a veri e propri rovesci, che si ripetevano a distanza di pochi minuti l uno dall altro. Quelle pungenti gocce battevano violentemente sui nostri visi sempre meno sorridenti. Fu in quei momenti, che lessi sulle sue labbra (poiché l acquazzone era così roboante da coprire il suono delicato della sua voce) una frase: credo sia giunto il momento di dirci addio . Per un attimo, anche i miei oc
chi cessarono di vedere, mentre la mia mente riusciva solo a proiettare quella dolorosa sequenza. Per decine di volte, nel solo spazio d un attimo, lessi e rilessi nella mia mente quella frase, cercando di scoprirne l intimo significato e di darle un equa giustificazione, ma senza riuscirci. Sebbene nella mia mente s accavallassero centinaia di frasi, migliaia di parole non ebbi comunque la forza di replicare a quella lancinante affermazione. In quel momento, quei verbi, mai nati ma soltanto concepiti ed allo stesso tempo abortiti nella mia stessa mente ormai sconvolta, mi rendevano incapace di qualsiasi azione; incapace nemmanco di alzarmi e impedirle di andarsene, sotto quella pioggia ormai battente. La osservavo allontanarsi a piccoli passi, come se non fosse conscia di come stesse agendo. Era come se seguisse un invisibile richiamo del quale solo a lei era ammessa la conoscenza. Pensai, dunque, che quello era il suo destino. E come lei stava seguendo il suo, io dovevo sforzarmi
di seguire il mio. Sebbene non riuscissi più a intravedere in lontananza le sue spalle strette, in un angusto angolo della mia mente e del mio cuore speravo ancora tornasse da me. E il desiderio di seguirla, rincorrerla anche sotto quel diluvio, e raggiungerla per abbracciarla e baciarla di nuovo non fu sufficiente a non rispettare quel che ella, o forse il suo destino, aveva già programmato
Anche adesso, a distanza di tantissimi anni, ricordo tutto di lei, in maniera capillare, come se fosse trascorso soltanto un giorno. Ed è per ciò che ogni tanto torno quassù, sulla collina di palissandro; non solo per rimembrare quei ricordi che segnarono la mia intera vita, ma anche Chissà ! Forse nello stesso angusto angolo della mia mente e del mio cuore spero sempre, stando seduto ai piedi del palissandro, sotto una pioggia battente di fine estate, di vederla tornare indietro
FINE
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