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Promenade

autore: Patrizio Pacioni

Ho paura dei bambini. Li ho visti scendere per il viottolo con i berretti bianchi, accompagnati da una signora che portava una valigia, sono i nipoti della padrona di casa. Ho fatto un balzo sul muretto e la signora, passando, mi ha carezzato con un sorriso. 

E’ sempre molto gentile con i gatti. I tre bambini la seguivano e si davano degli spintoni di soppiatto, ridendo. Sono stato a guardarli passare, senza muovermi. Mi comporto sempre così, quando mi capita di incontrarli, perché, anche se sono assai più lesto di loro, non sopporto che con le loro manine grassocce tentino di afferrarmi per la coda, o tirarmi i baffi. Quando ci provano drizzo il pelo e soffio con tutta la forza, ma una volta non si sono fermati neanche così, e mentre tenevo a bada gli altri, il più piccolo, quello con il labbro leporino e le orecchie a sventola, per poco non riusciva ad afferrarmi dietro al collo. Ho dovuto graffiarlo, e nel farlo ho avvertito il lacerarsi della pelle sotto le unghie, intanto che gli incidevo nel dorso della mano due profondi solchi rossi. Lui però non ha pianto: l’unica reazione è stata tirarsi indietro di un passo, e succhiarsi con rabbia la ferita.Mentre in fretta mi infilavo dentro il buco del muro che dà nella legnaia, mi sono sentito i suoi occhi sulla schiena, e so che me l’avrebbe spezzata in due, se solo gliene avessi dato l’opportunità: il suo era lo stesso sguardo truce e ottuso del bracco di Piero il cacciatore, quando è legato alla catena e io mi piazzo davanti alla sua cuccia, tenendomi a distanza di sicurezza. 

E poi ho scoperto che anche la signora, ha paura di loro. Non era così i primi tempi, quando arrivò dalla città che nessuno la conosceva, e la famiglia del sindaco, poi quella di sua cugina, e poi ancora un’altra, la scelsero come bambinaia. Adesso cerca di sorridere come faceva allora, ma accade sempre più raramente, e si vede che farlo le costa uno sforzo tremendo. Quando poi qualcuno di loro esagera davvero nei suoi capricci, lei non mostra la forza né il coraggio di rimproverarlo: in più di un’occasione ho visto il suo braccio partire con lo slancio di uno schiaffo per finire in una specie di schizzinosa carezza. Così ho aspettato che giù al bivio imboccassero la stradina di destra, quella che passa proprio davanti alla casa del dottore, una palazzina intonacata di bianco con le persiane marroni lucide di pittura fresca, ma proprio quando ero sicuro che ormai non pensassero più a me, la bambina con le lentiggini sul naso e i capelli rossi si è girata di scatto all’indietro, strabuzzando gli occhi e mostrandomi la lingua.Che cosa sciocca.

Ho proteso le zampe davanti stiracchiandomi fino a farne scricchiolare le ossa, e all’improvviso, senza neanche un perché, ho deciso di seguirli. Loro e quella strana valigia. Bene, sono qui che trotterello a una ventina di metri di distanza: li tallono senza affrettarmi, fermandomi ogni tanto ad annusare escrementi e umori lasciati qua e là da fratelli ignoti. Svoltano l’angolo della chiesa, scomparendo alla vista, e per non perderli devo impegnarmi in una breve rincorsa. Lo faccio volentieri: è gradevole avvertire il guizzare dei muscoli, sentire il vento sferzarmi il muso, e il cuore per un attimo impazzire, come quando uno di quei topi succulenti trova il coraggio di venire fuori dalla cantina. Eccoli laggiù, hanno preso la Strada Vecchia, quella che porta fuori dal villaggio. Il bambino più alto si è tolto il berretto, infilandoselo sotto la cintura. Ha una quantità incredibile di capelli, riccioli neri e lunghi che scendono in disordine sulla fronte e sul collo. Dal naso cola una candela di muco giallastro, che scompare al passaggio incrociato rapido e furtivo degli indici. 

Gli altri sogghignano mentre lui si appropinqua con ostentata noncuranza alla donna che fatica sempre di più a trascinarsi dietro il suo fardello. Protende le braccia verso di lei, afferrando il lembo della sottana bianca che sporge dall’orlo del vestito, e, usandolo come un moccichino per nettarsi le dita, lo lorda. Lei non sembra neppure accorgersene, con la mano libera strattona la gonna liberandosi della presa, si volta indietro a guardare il discolo, apre la bocca per parlare, la richiude senza dir nulla, e torna a girare il capo in avanti. Sono finiti i ciottoli di pietra, poi anche il brecciolino, e la terra battuta, e ora le mie zampe assaggiano la morbidezza umida dell’erba.Uno starnuto micidiale, quando il profumo inebriante dei fiori, che trapungono il prato, attraverso il naso mi si arrampica in direzione del cervello. Ci dirigiamo verso gli alberi in cima alla collina, mentre i casolari dei contadini si fanno sempre più radi. Un sentiero cosparso di pigne secche, rametti e aghi di pino, costeggiato di cespugli punteggiati dal rosso-arancione delle bacche, si inoltra nella macchia. Un posto pieno di minuscole vite: formiche, grilli e lucertole che sgusciano via al nostro passaggio. Sopra di me gli uccelli tacciono da quando il piccolo gruppo ha fatto il suo ingresso nel boschetto, e nei saltuari richiami che si perdono tra le fronde più alte non c’è nessuna allegria. 

Più avanti il viottolo si fa ancora più angusto, quasi che la pineta cerchi di espellerlo da sé; qua e là colonne di pulviscolo scintillante vengono a morire stanche sulla terra bruna. La donna barcolla, per un istante credo che abbia inciampato in una radice sporgente, prima di accorgermi che è stato il bambino con il labbro spaccato a tirarle lo sgambetto. Finirebbe di certo in terra, se non ci fosse un tronco tappezzato di muschio cui sorreggersi. Ancora nessuna reazione; trae dal taschino della camicetta un fazzolettino bianco ricamato e si deterge la fronte, ansimando, poi lascia passare lo sguardo dall’uno all’altro dei bambini, sussurrando qualcosa.  Sono troppo distante per comprendere quel che dice, ma sembra più una preghiera sconsolata, che un rimbrotto. La radura che si apre inaspettatamente al di là di due grossi cespugli di more è immersa in una luce malata che rimbalza sui sassolini bianchi.E’ lì che si sono fermati.La cosa non mi dispiace affatto, abbiamo camminato a lungo, e sono stanco anch’io. Mi lecco una zampa e con soddisfazione la strofino sul muso.

Avanzo ancora qualche metro, e soltanto quando sto per fermarmi mi accorgo della mia andatura guardinga, con la pancia che quasi tosa il terreno, neanche stessi facendo la posta alle galline di Giuditta. Il chiasso dei bambini all’improvviso si è chetato, sostituito da una strana cantilena. Ho bisogno d’un posto d’osservazione più adatto, se voglio vedere bene ciò che sta succedendo. Prima di arrampicarmi sul ceppo che ancora porta le cicatrici inferte dall’accetta del boscaiolo, provo le unghie sulla cortecca secca: mi piace farlo, ma subito mi fermo, nel timore che il crepitìo, portato dalla brezza, possa giungere alle orecchie dei bambini. Magnifico, di qui si gode d’una vista perfetta.  “ ... ciccì coccò tre civette sul comò... ”Si sono messi in circolo, i tre fanciulli con i volti paonazzi per l’eccitazione e la donna, con la sua perenne mestizia. E’ la bambina che parla, battendo a turno la mano sul petto suo e dei suoi compagni, e sulla pancia della signora: ” ... l’amore con la figlia del dottore... ”Guardo meglio la donna. E’ più giovane di quanto credessi, sono i capelli precocemente bianchi, e le spalle incurvate in avanti, a farla sembrare già vecchia, ma nel fondo degli occhi brilla ancora un’inquieta scintilla di vita, a fatica travisata da un velo opaco, come il fuoco di un camino visto attraverso la tenda di una finestra lontana. “ ... toccherà pre-ci-sa-men-te a... te! ”La mano della bimba le rimane poggiata sul ventre, mentre i tre discoli prendono a sghignazzare vigorosamente. Poi quello con i riccioli scuri tira fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni alla zuava una striscia di stoffa nera. 

La donna si china, lasciandosi bendare, quindi si appoggia dando la schiena agli altri contro il fusto del pino più alto, ai margini della radura, il viso affondato negli avambracci. Comincia a contare a voce alta. “ ... trenta, trentuno, trentadue, e                      trentatré. ”Toglie la benda, per un attimo guarda nella mia direzione senza vedermi. Un brivido mi passa sotto il pelo come acqua piovana. Le sue pupille si sono fatte più grandi e più scure, duri diamanti neri che scandagliano la boscaglia con la feroce frenesia di un predatore. Il passo è elastico adesso, ci mette poco ad arrivare dall’altra parte dello spiazzo,dove ha lasciato la valigia. Si inginocchia, le mani scorrono frenetiche intorno ai bordi, fruscio d’ali improvviso di uccelli che si levano in volo, quando il secco scatto contemporaneo delle chiusure metalliche violenta il silenzio del bosco. Il movimento che solleva il coperchio è un gesto avido almeno quanto il febbrile frugare che segue.

 Un tintinnio metallico, prima che io riesca a distinguere l’oggetto di tanto affannosa ricerca. E’ di nuovo in posizione eretta: stringe un coltello da macellaio, nella mano destra, lungo e affilato. E una mannaia ancora sporca di sangue, e di chissà cosa altro, nella sinistra.  “ Trentuno, trentadue e trentatré. ”mormora ancora  “ Chi non ha fatto resta a me! ”Non so quanto tempo sia trascorso, ma quando finalmente esco dal bosco nuvoloni neri hanno coperto il cielo,e un buio precoce sta scendendo sul villaggio. Sono fuggito quando il primo disperato grido di dolore è rimbalzato tra i rami come un pipistrello impazzito, ma prima di andarmene, curioso come un gatto, non ho potuto fare a meno di gettare una furtiva occhiata nella valigia rimasta aperta. Ho visto brandelli di carne e di pelle, frammenti d’ossa,ciuffi di capelli biondi. E un cappellino bianco.

Annusando, mi ci è voluto poco per riconoscere l’odore del cibo che da dieci giorni ogni mattina trovo nella mia ciotola, sotto il balcone preferito. Devo andare, voglio essere in paese, prima che venga a piovere. Riecco il solito, fastidioso prurito dietro alle orecchie. Per arrivarci con la zampa posteriore sono costretto a fermarmi, e ad assumere una posizione ridicola, ma, dopo qualche tentativo andato a vuoto, riesco finalmente a sloggiare la pulce molesta. Non voglio riportare indietro proprio niente, di questa passeggiata in campagna. Fine

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