Scrittori in erba
autore: Ettorus
Lo confesso! Non avevo mai letto, fino ad allora, non più di tre o quattro libri. Il semplice fatto di scrivere un racconto non mi era mai passato neanche una volta per il cervello. Sin da piccolo avevo sempre avuto scarsa fantasia e quando a scuola avevo avuto il compito di scrivere qualche storiella mi ero limitato a copiare un racconto preso da un libro di mio fratello o ma l’ero fatto suggerire da lui che, rispetto a me, era sempre stato molto più fantasioso.Ero arrivato a trentadue anni così, vivendo la vita per quella che era senza mai giocare con la fantasia per crearmi un mondo a mia misura.
E mi piaceva così. Non volevo né di più né di meno di quello che avevo.Un giorno, avendo risparmiato qualche soldo e non sapendone che fare, decisi di acquistare una di quelle macchine infernali. Computer o PC li chiamano. Arrivato a casa lo installai subito per provarlo.
Mi misi seduto davanti a “lui” e, meraviglia delle meraviglie, cominciò a prendere forma nella mia testa l’idea di scrivere qualcosa.Ma vi immaginate! Io che non avevo mai scritto nemmeno una cartolina per un amico, mi misi li a premere i pulsanti e le parole apparivano sullo schermo una dietro l’altra. Fila dopo fila, punto dopo punto le parole cominciarono a divenire concetti che alla fine andavano a prendere posto in discorsi ben precisi e chiari. Non mi ponevo limiti, non mi chiedevo se quello che stavo scrivendo potesse essere d’interesse per qualcuno. Scrivevo e basta.
Le frasi uscivano come fiumi dalla mia mente per poi riversarsi sullo schermo. Continuai in questo modo per tutto il pomeriggio e, arrivata la sera, decisi di non smettere e di andare avanti. Provavo infatti una sorta di piacere mai conosciuto prima nel liberarmi di quei pensieri, un piacere che scaturiva dalla mia mente, attraversava le mie braccia e, passando per le dita, arrivava al teleschermo per poi rimbalzarmi sugli occhi.
Così erano passati alcuni giorni quando la mia vena si esaurì.Mi alzai dalla sedia e dopo aver riletto molte volte questa mia “Creatura”, come presi a chiamarla più tardi, decisi che fosse degna di essere messa alle stampe. Mi informai nei giorni seguenti presso un amico dell’indirizzo di un grande editore e alla fine un giovedì mattina uscii molto presto di casa per recarmi, con una copia della Creatura sotto l’ascella, da lui.
Sapevo di questa persona poche cose. Il mio amico mi aveva detto che era molto famoso nel suo campo per essere stato un ottimo scopritore di talenti letterari e che ogni giorno parecchi giovani scrittori in erba si recavano da lui per essere giudicati nelle loro opere e magari pubblicati.Mi sentivo come quei ragazzi universitari che, giunti al mattino dell’esame, ripassano sull’autobus carichi di ansia le nozioni studiate durante il semestre precedente. Mi ripetevo nella mente le frasi che avevo immaginato di dover dire all’editore per convincerlo della validità della mia Creatura.
Avevo già stabilito una strategia: sarei stato adulatore ma modesto evidenziando le falle nel mio stile ma allo stesso tempo avrei calcato molto la mano sulla esplosività dei miei concetti.Arrivato alla fermata d’autobus dal mio amico indicatami come quella dell’editore, la mia sicurezza cominciò a vacillare. Non pensavo che nel mio paese ci fossero così tanti aspiranti scrittori! La fila addirittura cominciava dalla fermata stessa per poi proseguire per tre, quattro isolati dopo di che svoltava ad un angolo sulla destra e, continuando per altri sette o nove metri, arrivava al famigerato edificio.
Col morale basso mi accodai anch’io dietro ad un omino con una pila di fogli in mano. Sul primo foglio in alto c’era scritto il titolo a grandi lettere scure: “Trattato sulla vita dello scarafaggio”. Doveva senz’altro essere un argomento vasto ed interessante visto il numero di pagine che aveva occupato!
Si era in fila ormai da una mezz’ora quando cominciai ad iniziar discorso con l’omino che mi precedeva in quella lunga attesa: << Mi scusi ma è così tutti i giorni?>><< Tutti i giorni >> rispose secco questo.<< E il signor Editore si prende la briga di leggere tutte queste cose ogni giorno?>><< No, non lui. A lui vengono passati solamente quelli più meritevoli, gli altri vengono presi in consegna ed esaminati dai suoi selezionatori >>.<< Oh chissà che macchina complessa deve essere quella dell’editoria!>> esclamai io in tono sarcastico e, detto questo, tornammo entrambe al nostro monacale silenzio.
Era passata da circa trenta minuti l’ora del pranzo ed io ero lì che mi rimproveravo la mia scarsa lungimiranza per non essermi portato nulla di commestibile, quando dalla testa della lunga coda sentii le grida di un ragazzo che dispensava panini e bottigline d’acqua.
Subito corsi a comprare qualcosa non prima di essermi assicurato, tramite il mio loquace compagno di coda, di riuscire a mantenere il mio posto in fila. Comprai due panini con salumi e una bottiglia d’acqua da mezzo litro spendendo circa trentamila lire. Mi ripetei ironicamente che quello era probabilmente il prezzo del successo e consumai con molta calma quel mio pasto frugale per assaporarne appieno il gusto.
Non che fosse così eccezionale anzi era insipido e dal sapore leggermente di muffa ma immaginai nella mia mente che quello fosse il più luculliano dei pasti e aiutavo il mio apparato digerente ogni tanto con grosse sorsate d’acqua. Terminai di mangiare che erano ormai le quattro del pomeriggio e già molti di quelli che ci precedevano se ne erano andati spazientiti. In questo modo io e il mio amico Scarafaggio, così lo avevo soprannominato per la sua incessante ostinatezza nel mantenere il silenzio, eravamo avanzati di parecchie posizioni e si era da tempo svoltati l’angolo. Vedevo la mia meta così vicina e forse quella vicinanza me la faceva apparire come una fortezza grande ed non assaltabile.Lentamente arrivai dentro l’edificio.
Era quasi il tramonto e sentivo le mie gambe lamentarsi continuamente, tuttavia mi imposi di non desistere e continuai nell’attesa. Ad un certo punto cominciammo ad incontrare dei cartelli. Sui primi due vi era scritto semplicemente questo: “Trattati” e “Narrazioni” con due frecce rispettivamente l’una alla destra di una parola e l’altra alla sinistra della seconda parola ad indicare la direzione da prendere.
La fila sotto di essi si divideva in due e fu così che io e il mio caro amico di avventura, Scarafaggio, fummo costretti a dividerci. Fu, tuttavia, un addio indolore. Lui guardava avanti, io guardavo la sua testa calva e il passo successivo lui era nella fila a sinistra ed io in quella a destra.Devo affermare che in quel nuovo percorso fui molto più fortunato in quanto la persona che mi precedeva era una bellissima ragazza molto alta e con degli occhiali che gli davano un’aria da vera intellettuale. Vestiva in un modo semplice ma provocante ed io, provocato, cercai di parlare un poco anche con lei. Ma, ahimè, era anch’essa persona di poche parole e mi ritrovai di nuovo assorto nei miei pensieri.Passammo sotto altri nuovi cartelli che definivano altre nuove classi narrative e conobbi , si fa per dire, altri nuovi compagni di viaggio. Arrivato a tarda notte sotto il cartello “Pensieri sparsi” pensai che quella poteva essere la categoria che più rappresentava la mia Creatura. Mi avviai verso quella nuova ramificazione speranzoso di essere giunto vicino al traguardo e ormai stremato nel fisico.
Finalmente, trenta o quaranta persone più in giù, cominciai ad intravedere l’agognata e tanto sospirata meta. Era questa un grosso sportello con ai lati, ammucchiati in pile, centinaia di manoscritti. Al centro di questi c’era in omino che nelle fattezze assomigliava al mio vecchio compagno Scarafaggio. Questi prendeva i manoscritti dalle mani degli autori, li sfogliava dando una superficiale lettura e poi, senza fare nemmeno un cenno a quel taluno artista che aveva davanti, gettava il tomo su quella o quell’altra pila che aveva affianco a sé e lo congedava.
Arrivato a cinque o sei persone davanti a me, cominciai ad osservare meglio lo scrutinatore. Non aveva l’aria colta e sembrava poco interessato alle sue letture. Sapeva che il suo compito era di rilevare solamente se qualcuno di quei pretendenti scrittori potesse avere le qualità per essere preso seriamente in considerazione sulla base di alcune direttive che gli erano state date dall’alto.
Si limitava a svolgerlo speranzoso di veder passare il tempo del suo turno più velocemente possibile.Dal profondo della mia mente una domanda si faceva largo fra queste riflessioni:volevo io affidare la mia Creatura a persone del genere? Ero sicuro del suo valore ed affranto dall’idea che avrebbe potuto essere trattato alla stregua di un bambino di scuola: giudicato e accantonato in un angolo.
Arrivato al mio turno l’uomo abbassò lo sguardo e protese le mani verso la mia Creatura. Io non allungai subito le braccia per consegnala e allora lui alzò lo sguardo e fissò i miei occhi con un’espressione interrogativa e scocciata per il tempo che gli avevo fatto perdere. Io continuai a fissarlo e ad esitare. Alla fine riposi nuovamente il fascicolo sotto la mia ascella e gli voltai le spalle.
Uscii dall’edificio che la luna era già a metà del suo cammino, la fila continuava a snocciolarsi per molti isolati. Rimasi un momento ad osservarla: c’era chi con l’espressione decisa sul volto guardava davanti a sé in silenzio e chi si era sdraiato per terra a riposare usando le pagine scritte come cuscino e, chissà, stava in quel momento sognando altre storie da raccontare.
Decisi di tornare a casa e di riporre la mia Creatura in un cassetto dove sarebbe rimasta chiusa per tutto il resto del tempo. Ed è per questo motivo che non sono mai diventato un grande scrittore.
Fine
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