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Una notte in cucina

autore: Ettorus

Era quasi mezzanotte ormai e dalla camera dello scrittore perveniva una fioca luce che illuminava debolmente la finestra. Lui era seduto alla scrivania, pallido in volto, con due marchiate occhiaie a sottolineare il suo pallore. Con le spalle curve e la testa china, guardava il foglio bianco posato sul tavolo della scrivania. Lo guardava incessantemente, aspettando quasi una risposta a questo suo lungo mirare. Il foglio, per sua natura, rimaneva li immobile e muto senza fornire allo scrittore una parola, un segno che potesse fornirgli lo spunto per una storia. Erano ormai parecchi giorni che questa scena si ripeteva dalla mattina a notte fonda e il risultato era sempre lo stesso: il foglio rimaneva bianco e lo scrittore, insoddisfatto, si gettava sul letto cercando di trovare nuova linfa nei sogni.

Era tutto cominciato il giorno che lo scrittore aveva terminato il suo ultimo racconto. Era una storia abbastanza avvincente, ambientata nel medioevo. I suoi amici l’avevano letta e, prodighi di complimenti, lo avevano spinto a presentarlo ad un editore. L’editore, dopo aver letto il manoscritto, aveva deciso di pubblicarlo. Da quel momento interviste, talk show che apparivano nelle televisioni più importanti del paese, inviti, feste, presentazioni avevano riempito le giornate dello scrittore che, preso dall’euforia del momento, aveva annunciato alla stampa l’inizio di una nuova fatica. 

Erano passati tre mesi da quel momento. Lo scrittore aveva cominciato a metter per scritto alcune idee precedenti ma, rileggendole, aveva capito che forse non erano un gran che. Sentiva la pressione dell’aspettativa del pubblico. L’attesa, che leggeva negli occhi delle persone che incontrava per la strada, lo gettavano in un completo stato d’ansia che lo spingevano a tornare di corsa a casa e piazzarsi davanti alla macchina da scrivere per cominciare questo nuovo lavoro. Il risultato di questa ferrea determinazione però fu nient’altro che quel foglio bianco che continuava a fissare in ogni momento. Aveva cercato in ogni angolo della mente uno straccio di idea, aveva pensato a tutte lo possibili situazioni per una storia plausibile, ma niente! Il risultato rimaneva solo quello. Ad aumentare le sue ansie contribuiva il suo editore che, ogni giorno, lo chiamava per sapere a che punto fossero i lavori e, sentendo le notizie negative che puntualmente gli riferiva, lo incitava raccontandogli dell’attesa della stampa e dell’ambiente letterario per questa sua nuova opera che, a detta sua, sarebbe stata senz’altro rivoluzionaria.

Quel giorno, avendo percepito l’avvicinarsi di un’idea, si era posto davanti al foglio nella prima mattinata ed era rimasto immobile a fissarlo per tutto il giorno senza neanche pranzare. Aveva passato quattordici ore davanti al foglio seduto con le braccia conserte senza neppure tracciare un segno sulla pagina bianca. Pensava ormai di lasciare perdere e, l’indomani, di chiamare il suo editore per annunciargli la sua intenzione a rescindere il contratto per “manifesta mancanza di idee”. Stava cambiandosi per la notte immerso nei suoi pensieri quando un rumore proveniente dalla cucina lo destò. Infilò al volo le ciabatte e con passo piumato si avvicinò alla stanza . La luce era accesa, sul pavimento davanti alla porta si allungava un’ombra minacciosa. Prese il primo oggetto pesante che gli capitò fra le mani ( una scopa di plastica !!) ed entrò nella cucina urlando.
La scena che gli si presentò davanti lo sorprese non poco.
Una donna,vestita elegantemente, stava mangiando gli avanzi della sua cena.
<< E tu cosa ci fai qui?>> le chiese.
<< Mangio>> rispose lei.
<< Lo vedo anche io che mangi! – la redarguì lui – ma questa è casa mia e noi due non ci conosciamo, a te questo sembra normale?>>
<< Si se hai fame! >> rispose lei con tutta la naturalezza del mondo.
<< Senti, io non so chi sei ne come sei riuscita ad entrare qui dentro, ma ti prego di andartene prima che io sia costretto a chiamare la polizia.>>
<< Esther >>
<< Come? >>
<< Mi chiamo Esther, adesso sai come mi chiamo e non sei costretto a chiamare la polizia!>>
Il volto di lui diventò paonazzo dalla rabbia. Rimase un minuto in silenzio a fissarla mentre lei continuava a mangiare di gusto il suo pollo arrosto..<< Tu sei pazza! – esclamò accennando un sorrisetto ironico – adesso io non chiamo la polizia .. no.. io chiamo quelli della clinica psichiatrica e ti faccio venire a prendere, anzi probabilmente sei scappata proprio da li>>.
Stava per dirigersi verso l’apparecchio telefonico quando lei alzò finalmente gli occhi dal cibo ( due splendidi occhi azzurri ) e lo fissò facendogli venire un brivido lungo la schiena .
<< Avevo fame e mi sono fermata un momento: non sono scappata da un manicomio e non sono una malintenzionata – gli disse lei con voce calmissima ma sempre fissandolo – sono qui per te…>>
<< Per me ?!- la interruppe lui – senti io non ti conosco e non so chi ti ha mandato ma forse hai sbagliato casa! Io sono uno scrittore e, prima che tu mi facessi notare la tua presenza in casa stavo per andare a letto perché ho avuto una giornata di lavoro molto faticosa!>>
<< Ah si? Quante pagine hai scritto oggi?>> lo interrogò lei. 
Un silenzio gelido scese nella stanza. Lo scrittore, quasi sentendosi sotto accusa, abbassò gli occhi e cominciò a fissare i propri piedi.
<< Nessuna….>>la voce uscì dalla bocca come un sussurro.
Un leggero e timido sorriso di soddisfazione apparse sulla bocca di lei che continuava a fissarlo con lo sguardo profondo.
<< Come vedi hai bisogno di me.>> 
<< Ma chi ti manda?… Guarda che se è stato l’editore io ora prendo il telefono e…..>>
Lei non gli fece finire la frase. Prese da un cassetto uno strofinaccio, si mise dietro alle sue spalle e gli pose il pezzo di stoffa sugli occhi. Per un attimo le mani di Esther sfiorarono il suo viso e il corpo dello scrittore fu percorso da un nuovo brivido. Lei senza parlare lo accompagnò ad una sedia, gli mise davanti il piatto con gli avanzi della cena e una forchetta nella mano.
<< Ora iniziano le nostre lezioni di scrittura>>gli disse.
<< Non capisco >> fece lui.
<< Mettiti del cibo in bocca e dimmi che cosa senti!>>
Lui prese la forchetta con più forza e la portò alla bocca.
<< Pollo allo spiedo freddo>>.
<< Tutto qui? Io ho mangiato lo stesso pollo e ho avvertito che era leggermente abbrustolito nella parte più esterna, inoltre l’interno era molliccio e mi ha fatto pensare che il pollo doveva essere ancora giovane perché la sua carne non aveva le nervature degli esemplari più vecchi. Come vedi si può essere più precisi e dettagliati anche con un boccone di pollo!>>
La ragazza allora gli fece ripetere l’operazione di prima e gli fece esprimere le sue sensazioni.
Lo scrittore le descrisse meglio quello che il suo gusto provava e, su incitazione della donna, cominciò a fare ipotesi sull’origine del pollo, sul modo in cui era stato allevato, il mangime che aveva ricevuto e le galline che poteva aver fecondato.
Ripeté quell’operazione più e più volte quella notte con tutti i cibi che riempivano il suo frigorifero. Qualche volta si limitava ad esprimere scarni pareri su alcune pietanze, allora la ragazza riprendeva quel determinato cibo e glielo faceva riassaggiare finché non era soddisfatta della sua spiegazione.
All’alba avevano esaurito tutta la dispensa e lo scrittore, oltre a provare una profonda stanchezza, era nauseato dalla moltitudine di sapori che devastavano il suo palato. Nonostante tutto sentiva qualcosa all’interno del suo corpo smuoversi che al momento reputò fosse dovuta alla vicinanza della ragazza. 

Il secondo giorno Esther l’obbligò ad uscire e a prendere la macchina. Fecero tre volte il giro della città con lei alla guida che, fra un cambio e l’altro, gli indicava paesaggi, persone, palazzi o più semplicemente lo invitava ad osservare le nuvole e a descrivergli che cosa vedeva. Poi parcheggiarono vicino ad un parco e proseguirono le loro passeggiate a piedi. Esther gli aveva imposto di osservare le persone che incrociavano lungo il loro cammino e a ipotizzare i loro pensieri, le loro preoccupazioni, i loro desideri. Lo scrittore eseguiva come uno scolaro gli ordini della sua maestra senza non incominciare a provare un certo gusto in quelle operazioni. In quel momento sentiva un calore intenso che non aveva mai provato, un calore che proveniva dai sorrisi di Esther e dalle sue mani quando, insieme, gli prendevano il volto per direzionare il suo sguardo verso un nuovo obbiettivo. 



Il giorno seguente ripresero la macchina, che ancora era parcheggiata vicino al parco, e si diressero fuori città verso la campagna. Parcheggiarono nei pressi di una fattoria. Esther lo bendò e lo fece camminare scalzo, portandolo in giro a suo piacimento e obbligandolo ad annusare qualsiasi cosa. Una volta gli fece annusare le feci di una mucca.

<< E’ merda!!>> disse scandalizzato lo scrittore.

<< Un giorno potresti scrivere anche di questa >> gli ribatté lei come se nulla fosse.

Dopo averlo condotto sul suo obbiettivo, Esther gli imponeva di esprimere le proprie sensazioni e poi gli rivelava la natura e il nome della cosa esaminata. Annusò un’enorme varietà di piante, toccò ogni genere di oggetto o animale, camminò talmente tanto che i piedi cominciarono a sanguinargli. 



La sera tornarono a casa ambedue stanchissimi. Dopo aver fatto una veloce doccia decisero di andare a dormire senza cenare, tanto erano pieni dei cibi assaggiati la prima sera.

Verso mezzanotte lo scrittore sentì un movimento sulle coperte. Stava per accendere la luce quando riconobbe l’odore di Esther, tanto oramai si erano affinati i suoi sensi. Lei gli si mise accanto e, senza dire niente, cominciò a baciarlo sul collo. In pochi attimi erano abbracciati l’uno sopra l’altra impegnati in un lungo e profondo bacio. Lo scrittore aveva desiderato la ragazza fin dalla prima sera. Aveva cominciato ad amarla dal primo tocco fortuito sul viso. 

Fecero l’amore. Per lo scrittore fu una scoperta anche quello. Un turbinio di sensazioni gli si mossero nell’anima che lo sconvolsero oltre ogni limite fino al momento del massimo godimento. Stanchi ed esausti si sdraiarono l’uno accanto all’altra, sudati, ancora ansimanti. Esther non aveva detto una parola sin dal primo momento e non ne disse una neanche dopo. Restò semplicemente al buio accanto a lui toccandogli il petto. Lo baciò di nuovo con meno ardore di prima ma sempre con lo stesso affetto e poi si addormentò. Lo scrittore restò in silenzio ad ascoltare il suo profondo respiro finché non fu vinto dalla stanchezza anche lui e si addormentò.

La mattina seguente fu svegliato dalla luminosità di un raggio di sole. Istintivamente allungò un braccio per cercare il corpo di Esther ma al posto di questo trovò un biglietto:

Addio
La tua Ispirazione.


Per niente sorpreso si alzò, si mise in dosso la vestaglia e si sedette davanti alla macchina da scrivere. Da quasi subito cominciò a battere sui tasti con fervore. Finì il suo nuovo romanzo in meno di tre giorni. Fu un nuovo successo, osannato sia dalla stampa che dal pubblico.

Lo scrittore scrisse dopo di quello altri milletrecento volumi e tutti furono un grande successo. Morì a ottantatre anni dopo essersi sposato due volte ed avuto sei figli, in ricchezza. Nonostante il successo per tutta la vita, per tutti giorni in cui scriveva e per tutte le notti in cui riposava, non dimenticò quei pochi giorni trascorsi insieme alla sua ispirazione. 

Fine

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