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La Vacanza

autore: Francesca

Capitolo I: la partenza.

Erano anni che sognavo di andare in vacanza ma ogni volta mia madre riusciva a rovinarmi i piani, bastava che mi insinuasse un piccolo senso di colpa verso giugno perché ad agosto ogni desiderio di vacanza fosse svanito. Ma quest’anno era diverso, non bastavano sensi di colpa, minacce di uragani o di attacchi terroristici a farmi cambiare idea. Dovevo andare in vacanza e ci sarei andata!! A poco a poco cominciava a delinearsi nella mia mente quello che sarebbe stato il mio diabolico piano di fuga. Per prima cosa bisognava trovare un posto economico, poi una compagnia, almeno passabile, ed infine i soldi. Per i soldi e il posto era stato più facile del previsto, per la compagnia, diciamo beh di aver trovato qualcuno…
In fondo era importante solo che fossero in due, in modo da far capire ai miei che le lei della situazione dormissero insieme, senza promiscui intrecci di sesso che non avrebbero trovato nessun consenso da parte dei genitori. Poco importa se hai quasi trent’anni, per loro resti sempre una bambina terrorizzabile dal serpente da un occhio solo, anche se ormai lo hai addomesticato da anni.
Al momento della partenza però, qualche senso di colpa affiorava lo stesso, del tipo:
Ma sarà la cosa giusta, andare in un albergo mai visto, che per quello che ho pagato forse somiglia alle Torri Gemelle dopo il passaggio di Bin Laden, e soprattutto se è così chi lo sente quello che viene con noi, che non siamo ancora partiti e non fa altro che parlare, parlare, parlare, ma poi avessi capito di che cosa cavolo parla , e ancora… la fidanzata c’è o ci fa ?
Insomma molti pensieri cominciavano a farsi spazio nella mia mente, ma io, ormai resa coraggiosa dal passare incessante di giorni senza forma nella mia estate, mi sono convinta a partire. Qualche giorno prima della partenza si verifica il primo intoppo, il nostro loquacissimo (che d’ora in avanti chiameremo Loquy) compagno di viaggio ci comunica che per cinque ore di viaggio, dovevamo partire alle 5 del mattino, per essere sicuri di arrivare almeno per le 19:00. Io faccio due conti, e comincio a ridere, pensando ad una battuta di cattivo gusto, ma sento uno strano silenzio, mi volto e vedo quattro occhietti che mi guardano con uno sguardo che esprime tutta la loro compassione per il mio stato di salute mentale, piuttosto precario, allora piena di speranza mi volto verso il mio fidanzato, ma la situazione non migliora. Il suo sguardo non ammette repliche dice: Non voglio discutere, smettila!
Piuttosto rassegnata, chiedo scusa per la risata, scappatami per il ricordo di una esperienza divertente capitatami tanto tempo fa, e aggiungo facendomi forza :perché non facciamo almeno… le sette?
A questa proposta la simpatica canaglia del mio fidanzato dà la sua approvazione e tutto si aggiusta per le sette.
Facendo il punto della situazione:
Si parte alle sette, la macchina è la tua, ci passi a prendere tu e forse non te l’’ ho detto, ma io non guido neanche la macchina di mio padre, solo la mia è una mia fissazione…per te è un problema? ah dimenticavo ti porto un bullock artigianale di serie A, che a volte non si apre nemmeno a me, perché sai com’è in Toscana mi hanno detto che rubano molto le Golf nuove e per giunta blu …
Concluse il nostro amico, rivolgendosi ad un incredulo Mario, a cui mi rivolsi anche io, sghignazzando e sussurandogli:
Non sei su candid camera, rassegnati!!!
Con queste premesse, la sera prima della partenza si tiene una riunione tra me e Mario, all’ordine del giorno i seguenti argomenti:
“E’ sembrato anche a te quello che è sembrato a me?”
“Mandiamo a monte la vacanza?”
“Scherzava a proposito dei furti di auto, vero?”
“Secondo te, lei c’è o ci fa?”
“Varie ed eventuali”
Dopo aver discusso sugli argomenti presentati( è possibile controllare il verbale della riunione n°12345678 del 16/08/02 ), la mattina alle sette si parte alla volta di Porto Ercole, località amena affacciata sul mare e circondata dalla splendida cornice dell’ Argentario. Almeno io pensavo che l’avessimo scelta per quello, oltre al motivo puramente economico, ma presto ho scoperto che l’avevamo scelta perché era la dimora estiva di Baricco, scrittore schivo e molto riservato che il nostro “amabile” compagno di viaggio voleva incontrare a tutti i costi.
Il viaggio prosegue senza sosta e si arriva a Porto Ercole più o meno verso le 14:00, usciamo dalla statale e seguiamo le indicazioni, ma arriviamo al porto,dove non c’era nessuna traccia del nostro albergo, qui decidiamo di scendere per chiedere informazioni e soprattutto per avere l’indirizzo dell’Hotel che Loquy tiene gelosamente conservato…
Al momento di chiedere, il nostro caro Loquy, ci fa rientrare in macchina di corsa, annunciando con fare cospiratorio che la zona è malfamata, la gente pericolosa e l’insieme non dei più raccomandabili. Il mio sfiduciato fidanzato comincia ad innervosirsi, si vede un rivoletto di fumo uscire dalle sue narici, sale in macchina e con fiero cipiglio di chi sa dove andare ci porta diritti alla Stazione locale dei Carabinieri. Per un attimo ho temuto che volesse farlo arrestare per oltraggio alla pubblica intelligenza, poi ho capito che voleva solo chiedere la strada per l’albergo. Con le indicazioni chiare ci incamminiamo. Arriviamo ad un bivio, le indicazioni dicono a destra per Grosseto ( cosa buona e giusta per i carabinieri che ci avevano fornito le indicazioni ) e a sinistra per il Commissariato di Polizia. Loquy si impunta come un mulo e decide che la strada giusta è quella che passa dal Commissariato, e a nulla valgono i tentativi di dissuasione. Percorsi poco più di 50 metri ci troviamo nel centro abitato con la netta sensazione di aver sbagliato strada, allora Loquy scende e va a chiedere. Torna, contento di riferirci che dobbiamo tornare indietro e al bivio prendere per Grosseto.
Mi viene una gran voglia di cantare:
Loquy, Loquy, vieni a pescare con noi, ci manca il verme!!!
Ma mi trattengo e arriviamo finalmente in albergo.

Capitolo II: l’albergo

Qui comincia la nostra avventura, entrando pensiamo meno male che l’albergo non è terribilmente fatiscente con l’intonaco che ci cade addosso e con le stanze terremotate, soprattutto perché altrimenti Loquy si sarebbe perso in una sua personale spiegazione con conseguente interpretazione che a nessuno andava di sentire. Durante questa breve avventura, che ovviamente non avrà seguito, mi sono chiesta forse cento o mille volte come facesse la fidanzata a sopportarlo e ho trovato solo due spiegazioni plausibili: 
la prima è che lei c’è , di conseguenza non si accorge di cosa le succede intorno, e non capisce assolutamente con chi si è fidanzata;
la seconda più grave, é che ci faccia, per cui i momenti di stupidità le servono per affrontare la realtà, cioè il fidanzato, come una specie di droga fai da te;
Comunque sia, a lei sta bene così, e anche a me. Ho formulato una mia personale teoria: se lui fosse stato l’unico uomo sulla terra, io sarei stata lesbica!
Ma a parte tutto, il nostro primo pomeriggio di riposo è stato ugualmente traumatico. I nostri premurosi compagni di viaggio si sono preoccupati di telefonarci in camera e poi sul cellulare circa ogni 5 minuti, che carini!! Non volevano assolutamente che noi riposassimo, o facessimo qualsiasi altra cosa, verso la fine dell’avventura abbiamo scoperto che la loro filosofia di vita sia: Una di tutto! E abbiamo capito, anche se troppo tardi che una volta finito, loro, si annoiavano, poverini!
Finalmente scendiamo in piscina, e lì godiamo di quasi venti minuti senza sentirlo. Il bambino doveva dare sfoggio della sua bravura nel nuotare e noi lieti di poterlo guardare mentre doveva tenere la bocca chiusa, gli chiediamo di fare sempre più vasche.
Ma la fiera dell’ovvio con lui non finisce mai, e viene fuori con una straordinaria constatazione che ci spiazza, e che ci continuerà a spiazzare per tutta la settimana, perché, come avrete intuito, è uno a cui piace molto ripetere sempre le stesse cose, soprattutto se pensa che siano sue scoperte. Così, in tutto segreto e molto seccato, come solo lui può essere, ci svela che noi abbiamo il terrazzo e loro no. 
Ad onor di cronaca mi urge raccontare che le camere sono state assegnate con un metodo scientifico:
le chiavi sono state delicatamente posate sul bancone della hall, davanti a noi tutti, loro hanno scelto per primi e hanno preso la camera 233, e a noi è rimasta l’altra, rea, ahimé, di avere il balcone!
Di questa cosa noi porteremo i segni per il resto della nostra vita!
E, in questo modo gaudioso, giungiamo alla tanto sospirata cena. Anche qui c’’é stato un esame da superare, e se l’albergo non lo superava, eravamo certi dell’argomento di conversazione, meglio, del prossimo monologo, per altri duecento anni.
Consumiamo la cena che, facendo gli opportuni scongiuri, sembra di suo gradimento. Nel consumare il pasto tira fuori dal portafogli un foglietto e comincia ad appuntarci il numero di bevande consumate, e continuerà a farlo per tutte le sere a venire. Una specie di censimento di bibite, è uno sporco e duro lavoro, ma qualcuno lo doveva pur fare e siccome io e Mario non vogliamo farlo, lui si sacrifica anche per noi. Qualcuno di voi si starà sicuramente chiedendo se mentre mangia, parla pure. Ebbene la risposta è sì, continua a parlare, veramente straparlare perché i suoi discorsi assomigliano di più al delirio di un infermo che a un discorso di senso compiuto. La cena ci svela un vizio della fidanzata, mangia per dimenticare. Del resto come biasimarla, ma lui la rimprovera, perché non si addice ad una signorina “cafuniare” come fa lei, e come lui le fa gentilmente notare. Ho studiato l’etimologia della parola cafuniare, di suo conio e sono sicura provenga da cafone, una parola che penso che lui conosca bene.
Dopo il momento della cena, decidiamo di andare a vedere lo spettacolo dell’ animazione dell’albergo, animazione che ci riserverà non poche sorprese. Quella sera ci chiede di fare un gioco, in cui noi donne, dovevamo tenere tra le gambe una mezza bottiglia di plastica vuota e gli uomini, bendati, dovevano trasportare una bottiglia di plastica piena di acqua, cercando, con estemporanee tattiche di versare l’acqua, nel nostro contenitore, senza ovviamente rovesciarla fuori, o bagnarci. Un po’ una metafora della vita reinterpretata in chiave comica. Noi, un po’ per gioco, un po’ per la voglia di nuovo, abbiamo partecipato, ma loro no!
Mi sono sempre chiesta come mai le persone, che non brillano certo per la loro intelligenza, non vogliano fare mai le cose che, essendo sciocche solo per gioco, sono divertenti. Chissà forse ne sentono la competizione…
Le giornate intercalate da sempre le stesse battute, di spirito e no, si susseguono senza nota, fino al giorno della passeggiata a Montalto. 
Montalto è una ridente cittadina, attaccata a Porto Ercole, classico centro commerciale ricco di negozietti e bancherelle che fanno la felicità del turista. Durante la breve gita, l’unica esibizione di Loquy è stata una sfuriata alla sua dolce metà, perché parla troppo. No che non sia vero, ma da che pulpito… comunque, prodigo di consigli, e sempre pieno di sorprese, il nostro amico le ha detto che è cattiva educazione parlare sempre. 
Non sto scherzando, lo ha fatto sul serio!
Poi degno di nota è stato il rientro, anche questa volta voleva dare sfoggio delle sue doti di orientamento, di cui avevamo già avuto modo di godere, ma stavolta conscia che sbagliare strada avrebbe allungato il tempo in loro compagnia, mi sono rivolta a Mario con tono che decisamente non ammetteva repliche, indicando la strada più corta per il nostro rientro. Giunti in albergo ho meritato i complimenti del nostro amico che mi ha detto:
Brava, la sapevi veramente la strada. Come hai fatto?
Avrei voluto tanto rispondere, e soprattutto chiedere :ma come hai fatto tu ad evitare per questi lunghi ventisette anni di essere internato, ma invece ho cominciato a contare prima fino a cento, poi fino a mille, e poi fino ad infinito, fino a quando non è sparito, e non è andato a dormire nella sua stanza, senza balcone.

Capitolo III: le escursioni.

La giornata dedicata alle escursioni si presentava difficile e lunga.
Dopo giorni passati a cercare di convincere l’animazione a portarci in giro, eravamo riusciti ad ottenere una gita all’Isola del Giglio, la mattina e un’ altra, a Siena, nel pomeriggio.
Dovete capirci, pur di non andare in macchina con loro da soli, io e Mario saremmo andati a Lampedusa a nuoto.
Armati di buona volontà la mattina seguiamo Elsa a questa fantomatica, quanto famigerata Isola del Diglio. Trattasi di una isoletta poco distante dalla costa, che nasconde un’ incantevole paradiso, che sembra disegnato. Il problema é che per arrivare a godere del paradiso, bisogna attraversare una scogliera, su di un cornicione stretto e ripido, e pregare…molto.
I nostri compagni di viaggio arrivati in cima alla scogliera, si rifiutano di continuare, così tra la scogliera scoscesa e infinitamente alta, e l’idea di non affrontare alcun pericolo ma rimanere di là con loro, io e Mario non abbiamo avuto molti dubbi: la scogliera!
Davanti a noi si arrampicano come se nella loro vita non avessero fatto altro, una coppia di romani, che ci incitano continuamente, spronandoci a non cedere.
Ricordo di aver pensato:
Ma chi me lo fa fare? E soprattutto questi due chi me li ha mandati? Ricordati di non andare mai a vivere a Roma, quella città deve essere una vera giungla se questi sanno scalare le montagne così bene. E se muoio? Chi se ne frega,, tanto prima o poi. Certo meglio poi, se le mie gambe smettessero di tremare ci sarebbero più possibilità per il poi…
Ed ancora: in fondo, però è bella questa sensazione, la testa che ti gira, lo strabiompo sotto i tuoi piedi, se non fosse per questi due, i figli di Messner che ti consigliano di non guardare sotto. Fosse facile, esiste solo un sotto
E un miliardo di altri pensieri sconnessi, tipici delle situazioni di pericolo.
Ma una volta giunti dall’ altra parte, abbiamo capito che ne valeva veramente la pena! Abbiamo trascorso forse un’ora senza Loquy e le sue folgoranti scoperte. Senza sentire encomiare le sue straordinarie capacità canore o sportive, o l’ abilità nel disegno geometrico, che le era valsa, addirittura, una targhetta di lode alle scuole elementari, della sua fidanzata. È stato bellissimo! Aggiungete che abbiamo conversato con i due agili scalatori, voglio dire una conversazione vera, con gli interlocutori che si scambiano le battute, e saprete che la strada per il paradiso è impervia e difficile, ma va fatta !! A nulla era valso il tentativo di un’alga urticante di rovinarci la gita, ormai avevamo saputo che Dio c’era e non ci aveva abbandonato, avremmo potuto anche …parlare durante il resto della vacanza. Quasi commossi dalla scoperta di poter scambiare qualche parola anche al di fuori del nostro nido coniugale, abbiamo dovuto rifare il pericoloso percorso all’indietro, per tornare in albergo, con una necessaria puntatina alla guardia medica locale, per via dell’alga di prima.
Stanchi ma soddisfatti, siamo ritornati in albergo con il cuore più allegro.
Dopo aver affrontato il pranzo e il riposino, che non poteva essere tranquillo, perché noi avevamo il balcone, alle quattro, puntuali siamo partiti alla volta di Siena. Forse la splendida cornice, forse il nostro tentativo di improvvisarci fotografi ufficiali della coppia di leccesi, che sceglievano i posti più assurdi per farsi fotografare, interpretando il nostro desiderio recondito di far perdere le tracce, o forse il fatto che eravamo consapevoli di aver stretto amicizia con altre due coppie e che questo ci avrebbe reso i pranzi e le cene migliori, in effetti non so cosa sia stato, ma questa gita rimarrà per sempre la più bella gita che abbia mai fatto…la ricorderò sempre con affetto perché ha segnato l’inizio della fine della clausura, del silenzio forzato, della schiavitù... pensandoci mi viene quasi da piangere. 
Da questo punto in poi quando parlerò di noi, intenderò: io e Mario, i due romani (Giulio e Sonia, ndr) e i due leccesi (Anna ed Angelo, ndr) che facciamo fronte comune contro loro: Loquy e Geniaccio, soli contro tutto l’albergo. 
Al rientro dall’escursione a Siena, siamo addirittura fuggiti verso una farmacia, con i due leccesi, con la loro macchina. Per festeggiare quella sera abbiamo ballato e parlato con i nostri nuovi amici, tutta la notte, mentre loro per fare una cosa diversa dal solito sono andati a dormire presto, nella loro triste camera senza balcone.

Capitolo IV : l’animazione

Purtroppo il lavoro dell’animatore non è sempre facile, e tra i tanti clienti di un albergo, c’è sempre quello che crea più problemi, ma nonostante questo, credo che l’animazione dell’Hotel dei Ciliegi di Porto Ercole ricorderà per sempre la coppia: Loquy e Genio, in particolare lui, perché sono persone che si fanno ricordare, e soprattutto evitare… a lungo.
La tragedia ebbe inizio con la sfida da parte del capo animazione a ping-pong per il nostro Loquy. Voi vi chiederete, miei curiosi lettori, perché una tragedia? È presto detto: chi osa sfidare il campione condominiale di ping- pong e non ha un titolo altrettanto valido, vuole perdere in partenza. Ed infatti così è stato, il nostro Loquy non solo ha vinto il torneo, cosa che racconterà sicuramente, due o trecento volte alle loro prossime vittime, il suo delirio di onnipotenza moltiplicato, il suo ego si è ingigantito, così tanto che quando stavamo in piscina non c’era bisogno di aprire nessun ombrellone, bastava lui a fare ombra, ma cosa più grave lui aveva veramente creduto che vincere un torneo di ping-pong gli avrebbe garantito un’altra settimana di soggiorno gratuito nell’hotel. Potete immaginare la sua delusione quando ha capito che aveva sprecato il suo talento con un gruppo di poveri professionisti e no, in vacanza, che volevano solo divertirsi. 
Per la serie al peggio non c’è mai fine, la fidanzata si era data al balletto moderno, cosa che le riusciva talmente bene che l’animatrice aveva finito per strapparsi tutti i capelli, e per mettere in scena il balletto di nascosto, una sera che eravamo usciti. 
Per il talento, poi, lei si è sentita in dovere di spiegarmi che la sua bravura non era naturale, ma che aveva studiato danza moderna per qualche anno. Solo dopo ho capito che si riferiva ad una danza moderna…troppo moderna, che addirittura doveva ancora essere inventata. 
A quanto sembrava, i giochi e gli spettacoli dell’animazione dell’albergo non avevano segreti per la nostra giovane coppia. 
Così Loquy partecipa al gioco dell’anguria e vince, e galvanizzato sempre di più ad ogni vittoria, si iscrive giorno dopo giorno a tutti i giochi possibili ed immaginabili. Questa smania colpisce anche la fidanzata, che dopo non aver fatto il balletto, si dà alle freccette ma non avendo la sua fortuna e bravura perde regolarmente.
Purtroppo, per lui, anche la serie delle vittorie di Loquy finisce e comincia il lungo declino. Una delle più eclatanti sconfitte è stata in una gara di apnea in piscina, dove Loquy sentendo puzza di imbrogli, voleva qualcuno che garantisse equità nei giochi che si tenevano in piscina e che mettevano in palio, addirittura un aperitivo al bar. Non ottenendo nessuna risposta alla richiesta, rassegnato partecipa ad un’altra gara, stavolta di nuoto, e qui, tenetevi forte, vince Giulio, il romano, che dopo l’amicizia nata durante le escursioni mangiava e rideva con noi. Insomma Loquy aveva allevato una serpe in seno, che aspettava solo il momento opportuno per umiliarlo. Questo è quello che leggerà il nostro amico in questa sconfitta, che potrà essere solo lavata col sangue. Tanto che a cena, in un momento come tanti, coglierà l’occasione per riprendersi la sua dignità, dicendo a Giulio:
Non ti rispondo perché altrimenti ti farei sentire importante!!
Cosa può dire e fare un uomo ferito nel suo orgoglio di migliore del mondo!!
Da quando la fortuna nei giochi gli si era rivoltata contro anche i suoi rapporti con l’animazione avevano subito un forte arresto, soprattutto perché loro da sfacciati, quali erano e sono, gli avevano chiesto di mostrare le terga in uno spogliarello, per gioco.
È normale che un uomo della sua tempra morale e del suo, diciamolo, fisico, non poteva accettare. Tanto più che si trattava di uno scherzo, e quindi non avrebbe potuto mostrare a pieno le sue doti nascoste…
Ma un altro spettacolo lo aspettava: la Corrida, a cui si presenta in veste di cantante. Lui che non si limitava ad essere un cantante provetto ma che era un rinomato cantautore, così, almeno, ci era stato detto, aveva deciso di far capire alla povera gente, ospite dell’albergo cosa si prova a sentire dal vivo, il nuovo erede di Mogol e Battisti. Purtroppo il suo canto nella notte di luna piena assomigliava più al latrato di un povero licantropo che al suono soave promesso. Ma da uomo forte qual è, ha affrontato i fischi e le critiche con molta classe. Una volta sceso dal palco ha ringraziato dicendo:
Al primo che fischia gli taglio la testa!
Potete immaginare cosa si è scatenato in quell’anfiteatro dopo la sua affermazione.
Nel frattempo anche a noi tutti era stata offerta la possibilità di salire sul palco, Mario e Giulio, che erano diventati come cappuccino e brioche, si esibivano in una scena di cabaret, insieme, Angelo non voleva partecipare, e noi ragazze avevamo pensato di fare qualcosa insieme. Ma per esigenze di palco, non si poteva essere più di due persone così qualcuno aveva diviso: Sonia e Anna e io e Genio. 
Dopo la formazione delle coppie, comincia a serpeggiare a tavola, e soprattutto in me uno strano senso di disagio. Io non volevo assolutamente cantare con Genio, non volevo fare niente in sua compagnia, e rimuginavo su come tirarmi fuori da quella situazione. Credo, da come ha accolto la proposta di cancellarci, che anche Sonia non gradisse molto l’idea di cantare con Anna, e così è stato più facile eliminare le nostre esibizioni dal palinsesto della serata.
Degno di nota durante la serata è stato un intermezzo di lotta libera, gentilmente offerto dagli ospiti di un matrimonio, la cui cena si teneva nel nostro albergo. Si narra che l’inizio di tutto sia stata una lite tra bambini per poco non trasformatasi in una tragedia greca, tanto cara alla tradizione siciliana, (e anche calabrese, per la verità). Ma comunque si siano svolti i fatti, Loquy e Genio terrorizzati da una possibile conclusione cruenta della storia hanno colto l’occasione per andare a dormire prima, nella loro cameretta che, per fortuna, era senza balcone, perché non si sa mai con questi malevitosi in giro…

Capitolo V: la conclusione.

Come tutte le cose belle, anche questa vacanza era destinata a finire e si stava avvicinando il triste giorno della partenza. 
Mancava un giorno al fatidico rientro, il tempo si presentava mesto per l’occasione, e Sonia non si sentiva proprio in forma, così, decidiamo di non andare al mare ma rimanere in albergo. La mattinata però sembrava non passare mai, Anna ed Angelo erano andati ad un Santuario lì vicino, Sonia era a letto, e, cosa pericolosa, Loquy e Genio si aggiravano indisturbati per l’albergo. L’unica alternativa era sostituirsi all’animazione insieme a Mario e a Giulio e cercare di rendere più movimentata la giornata. Ma il destino era in agguato e stava da tempo aspettando l’occasione giusta per mettere alla prova la nostra pazienza. Si scatenò così contro di noi, uno di quei flagelli che avrebbe dato filo da torcere anche alle cavallette e si batteva abbastanza bene anche con Loquy e Genio, sto parlando di un cantante lirico, dilettante, di circa settanta anni, con una voglia infinita di cantare le canzoni napoletane di un tempo. Cominciava a farsi largo nella mia mente la possibilità di scappare dal retro dell’albergo e partire con un giorno di anticipo, ovviamente lasciando i nostri piacevolissimi compagni di viaggio a piedi. 
Anche perché questo cantante si era particolarmente affezionato alla nostra compagnia e ci seguiva, rivendicando attenzione a viva voce. E a nulla valevano i tentativi, velati e sfacciati, di indurlo al silenzio, la sua era una passione pura. 
Il pomeriggio passò senza infamia né lode, tra le urla di Loquy per un altro torneo di ping-pong vinto, e la strana sensazione che tutto sarebbe finito di lì a poco. Verso le otto, quando era quasi ora di cena, Sonia si sentì molto male, e di comune accordo decidemmo di portarla in ospedale. Ovviamente il comune accordo prevedeva le persone dotate di buon senso, il che escludeva Loquy e Genio che, convinti che la sua fosse una malattia infettiva, non volevano infettasse la macchina in cui loro dovevano fare il viaggio di ritorno. La nostra, cioè. Mentre Sonia si trovava in ospedale, con una brutta gastroenterite, più volte io e Mario ci siamo trovati a pensare di dire ai due nostri compagni di viaggio che in realtà era una forma iniziale di orecchioni e che visto che ormai la macchina era contaminata, così come noi, per il bene di Loquy e anche un po’ di Genio, a loro conveniva proseguire in treno.
Ma in realtà siamo dei vigliacchi, e non lo abbiamo fatto.
Quella sera hanno dimostrato coraggio, invece, Anna ed Angelo che con stoica rassegnazione, nel momento del bisogno, si sono fatti carico della presenza dei due senza dimostrare neanche un momento di cedimento. Al nostro rientro in albergo troviamo una sorpresa, Loquy aveva organizzato di fare il viaggio di ritorno con i due leccesi, e visto che le nostre strade si sarebbero divise presto, lo aveva fatto solo per anticipare l’ora della partenza. La fissazione per la partenza intelligente credo che sia una mossa diversiva, per far credere di essere più intelligente. Sventato il loro piano, decidiamo di partire verso le nove e mezzo. La cosa carina era che mentre tutti pronti aspettavamo di pagare il conto degli extra in albergo, loro, quelli si parte alle sei, non avevano ancora fatto le valigie. Partiamo e passiamo a fare benzina, il pieno stavolta toccava a loro, qui Genio dà un ulteriore prova della sua intelligenza e chiede davanti al distributore, dobbiamo pagare ora? No, che bisogno c’è, in fondo possiamo tornare tra qualche giorno e pagare il conto, o meglio possiamo fare il pieno di acqua e vedere se la macchina cammina lo stesso. 
Il viaggio prosegue in un’atmosfera silenziosa e ritemprante, sento la voce di Genio gracchiare solo verso Latina, ma calma e rilassata dopo una settimana di ferie, sono riuscita ad estraniarmi, e a non rispondere, così da salvaguardare quel che rimaneva delle mie gambe, ormai tutte un livido, per gli ”inviti” al silenzio di Mario. 
Unica cosa degna di nota la loro richiesta di essere accompagnati a Caserta invece che al mare, da dove eravamo partiti. La richiesta, che può sembrare semplice, in effetti prevedeva che per accompagnare loro non accompagnasse me, del resto io viaggiavo leggera avrei potuto agevolmente prendere il treno. Ovviamente questo era solo un loro sogno, e noi li abbiamo lasciati lì, dove li avevamo presi all’andata, alla casa al mare di Loquy. Scendendo dalla macchina, lui ci ha regalato la sua ultima perla:
A lei (la sua fidanzata, ndr)le valigie gliele prendo io perché poverina lei non ce la fa!
Se aspettava che gliele prendevamo noi …
Alla fine di questo viaggio, dopo essere tornata a casa, posso dire di aver imparato molte cose, innanzitutto che la camera con il balcone è migliore di una senza, che per far capire che stai vincendo, a qualsiasi gioco tu stia giocando, è bene urlare, per spaventare l’avversario, che la prossima volta la scelta della compagnia deve essere più accurata, che il pronto soccorso di Porto S. Stefano non è pubblicizzato abbastanza, ma che in realtà, è un bel posto, e poi che solo se si ha lo spirito giusto si ci può divertire anche a Porto Ercole, dove a onor di cronaca, dopo Grosseto non c’è proprio niente, e perfino con Loquy e Genio. 
Detto questo, spero vi siate divertiti almeno quanto me!

That’s all folks!!!! 

Fine

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